Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 10: Maghi e Streghe.


Titolo originale: The Enchanted World 10: Wizards and Witches. 1986
Traduzione e adattamento di: Rossella Armanasco.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume:Il potere di alterare tempo e materia, la capacit di creare filtri d'amore e gettare maledizioni sul prossimo, la facolt di controllare la natura e lanciare incantesimi; da Merlino a Faust passando a far visita alla befana.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
Cantori all'Alba del Mondo.
Il Trovatello del Mago di Galles.
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Capitolo Due.
Maestri delle Arti Segrete.
Tutto il Potere del Cielo.
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Capitolo Tre.
La Congregazione Spettrale.
Il Fantasma della Taiga.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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CANTORI ALL'ALBA DEL MONDO.
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Un giorno, molto tempo fa, quando il mondo era ancora giovane, una slitta correva lungo un sentiero di una brughiera della Finlandia. Filava costeggiando laghetti splendenti verso le scure foreste di pini dove ululavano i lupi. Teneva le redini un vecchio dalla lunga barba bianca e dalle folte sopracciglia: Vainaminen, detto "il Costante", un mago. Di tanto in tanto, il suo sguardo profondo si spingeva alle lontane foreste che orlavano i margini settentrionali della brughiera, mentre nelle distese di fronte a lui, nella pallida luce che rifletteva la neve, si vedeva muoversi solo una piccola macchia. Trascorsero le ore e la macchia s'ingrand, assumendo le sembianze di una slitta trainata alla velocit del vento da un cavallo, i cui zoccoli sprizzavano scintille sul sentiero. A quel punto il mago tir le redini, ma la strana slitta prosegu velocissima la sua corsa, diritta e sicura come una freccia, finch con stridore and a schiantarsi contro di lui. I cavalli intrappolati nei finimenti nitrivano e scalpitavano, nuvole di vapore si levavano dai loro fianchi, mentre gli uomini li riportavano alla calma. Ci fu un breve silenzio, poi Vainaminen soppes impassibile l'altro e gli chiese a quale clan appartenesse. A quella domanda segu un torrente di ingiurie e provocazioni. Il giovane dalla barba scura si chiamava Joukahainen e aveva attraversato le vaste distese del nord nel suo viaggio dalla natia Lapponia. Gli era giunta l'eco dei racconti sul potere del vecchio mago, di come riuscisse a riportare in vita le cose, di come parlasse alle aquile e richiamasse gli spiriti dell'acqua, di come i suoi canti risvegliassero l'arida terra. Nella sua arroganza, Joukahainen era venuto per stregare lo stregone, incantarlo con le sue melodie per farlo sprofondare per sempre nelle nevi e prendere il suo posto come il pi grande saggio di tutte le terre del Nord.
Il vecchio lo ascolt, poi parl: "Dimmi quello che sai".
Nel vento, Joukahainen inizi un canto magico che voleva penetrare l'essenza delle cose, ma che tradiva superficialit e una conoscenza ancora limitata. Raccont di come le fiamme fossero presso il focolare e i pertugi per il fumo nel tetto, di come la gente arasse i campi coi cavalli nelle terre del Sud e con le renne al Nord; cant di cose risapute, delle abitudini dei pesci, dei metodi usati
dai contadini e delle forme della terra. Vainaminen lo esort: "Parlami di cose pi profonde". La voce del giovane si fece pi alta, cant delle origini e spieg come lui stesso avesse creato il mare, punteggiato il cielo di stelle e formato le costellazioni. Vainaminen disse semplicemente: "Tu menti". Punto sul vivo, il giovane lo sfid a un duello con la spada, che l'altro rifiut; Joukahainen lo minacci dicendo: "Vecchio, se non ti misurerai con me alla spada, ti trasformer in un maiale, un maiale grufolante, ingrugnito, confinato nel porcile". A quel punto, Vainaminen perse la pazienza. Gettando indietro la testa, prese a cantare melodie cos possenti e vibranti che parevano forgiate dal cielo, e la terra cominci a sussultare, i monti a tremare, i laghi a uscire dagli alvei ed enormi macigni a spaccarsi in due. Questo fu solo l'inizio.
Mentre ancora cantava, il mago si volt verso Joukahainen, e la slitta si ridusse a un ammasso di tronchi che rotolarono nelle acque del lago. Al posto dell'elegante frustino del giovane mago apparve una fragile canna e il cavallo si pietrific all'istante. La spada d'oro di Joukahainen esplose con un lampo, le frecce misero ali e saettarono verso il cielo. Uno per uno, anche i suoi abiti volarono via finendo nell'acqua come pesci o tra le nubi come aquiloni.
Joukahainen, nudo come un neonato, cominci a sprofondare nella terra. Il canto del mago proseguiva inesorabile e i piedi di Joukahainen, diventati pesanti come piombo, continuavano a trascinarlo in basso, sprofondandolo fino alle spalle. Avvert allora una lieve, gelida corrente che gli sfiorava i piedi e fu colto da un'immensa paura che lo indusse a urlare e supplicare: "O eterno saggio, annulla l'incantesimo e risparmiami. Lascia che io ti paghi un riscatto".
Tutto intorno si fece immobile, come un paesaggio dipinto sulla tela del tempo; poi il vecchio chiese: "Cosa mi darai?".
Joukahainen offr magnifiche balestre, veloci battelli, portentosi stalloni, persino le terre della Lapponia che aveva ereditato, ma inutilmente. Quando sent che la terra stava per chiudersi sopra di lui, Joukahainen fece un ultimo disperato tentativo e offr allo stregone la sua giovane sorella, Aino.
Vainaminen si ferm: valut che una radiosa fanciulla a conforto della sua vecchiaia costituiva la giusta ricompensa per l'affronto subito. Accett. Si sedette e, sorridendo, riprese a cantare: la terra risput fuori Joukahainen, l'acqua e le nuvole riconsegnarono i suoi abiti, la slitta e il cavallo ricomparvero intatti.
Vainaminen risparmi la vita a Joukahainen, ma costui pag un caro prezzo.
Oltre a Vainaminen, i secoli hanno tramandato i nomi di altri maghi di quel tempo. In Finlandia c'erano Ilmarinen "il Fabbro", il quale costru un mulino che macinava in eterno sale, grano e oro, e Lemminkainen, che poteva trasformare la sabbia in perle. Dalle distese nordiche proveniva Louhi "la Fattucchiera" che, raccontavano i cantastorie, una volta aveva rubato il sole e la luna e li aveva nascosti nell'antro di una montagna. Le steppe della Russia erano percorse dal bellicoso Volga Vseslavich,
che poteva assumere diverse sembianze. L'Irlanda era la terra di Cathbad, che conosceva il senso del giorno e della notte, e del bardo Cairpr, che riusc a rovesciare un tiranno con una quartina in versi. Sull'isola di Man, nel mare d'Irlanda, viveva Manannan Mac Lir, i cui benefici incantesimi potevano sollevare nebbie a protezione del suo regno o tramutare un singolo soldato in un esercito. La Gran Bretagna era allora chiamata, a ragione, "l'isola dei Potenti". Il Galles era la terra di Taliesin, figlio della fattucchiera Ceridwen, di Math "l'Antico", che poteva percepire nel vento ogni singola parola pronunciata sull'isola, e di suo nipote Gwydion, creatore di incantesimi. Nel crepuscolo di quell'epoca giunse il mago pi grande: Merlino.
Questi diceva che, per raggiungere i loro scopi, i maghi comandassero i venti e le acque a loro piacimento, deviassero i pianeti dalle orbite, mutassero le proprie sembianze e quelle degli altri. Potevano far guarire, ammalare e mutilare, e leggere nel futuro. Con il passare dei secoli, gli studiosi, in primo luogo gli ecclesiastici, avevano esaminato il mondo intorno a loro, e ordinato e catalogato i suoi vari elementi, le sue forme e le sue componenti. Per poter nuovamente attingere all'originale, primordiale senso del magico, i maghi dovevano interferire con questo nuovo senso dell'ordine naturale del cosmo e tale attivit fin con l'essere considerata una ricerca dettata dall'arroganza e perfino da scopi malefici. I pi famosi tra
questi ultimi esoterici - Faust, per esempio - venivano a volte definiti con i nomi di cui si erano fregiati i loro illustri predecessori, e si chiamavano ancora maghi o incantatori. Il primo termine significa, pur in tutta la sua Tvaghezza, "colui che  saggio", mentre la parola incantatore si riferisce piuttosto all'effettiva azione del mago per mezzo del potere delle parole e degli incantesimi.
Spesso, coloro che avevano una predisposizione a operare incantesimi, mancavano per del naturale istinto e dell'innata generosit dei primi maghi. Al contrario, si trattava quasi sempre di studiosi chiusi in se stessi, dediti all'esclusiva ricerca di poteri occulti o perduti, di eruditi che utilizzavano metodi arcani e facevano uso di scienze segrete per penetrare i misteri della natura.
Erano esploratori che varcavano orizzonti proibiti e che a volte pagavano a caro prezzo il loro desiderio di conquista. Le loro oscure imprese erano comunque ben lontane dall'essere anche solo immaginate all'epoca in cui vissero Vainaminen e gli altri maghi. Quello era un tempo in cui poteva accadere che un cavaliere in viaggio tra i pascoli del Galles giungesse a un fiume sulle cui rive pascolavano un gregge di pecore bianche e uno di pecore nere. Quando qualcuna di esse, sguazzando nell'acqua, raggiungeva la riva opposta, mutava anche il colore del mantello. Il viaggiatore poteva intravedere le torrette di un castello avvolte nella nebbia, le stesse che poco prima scintillavano al sole; se si avventurava oltre il cancello verso la corte interna, l'avrebbe trovata vuota e silenziosa, a eccezione di una scacchiera d'oro sulla quale esseri d'argento inscenavano una partita a scacchi, muovendosi senza l'ausilio di alcuna mano umana. Il viaggiatore poteva anche
scorgere un cavallo galoppare sulla superficie del mare come se fosse un prato, o vedere un uomo trasformarsi in aquila e innalzarsi in cielo. Di tutti questi episodi si attribuiva l'origine alla magia.
Non sorprende che, in un mondo dai contorni cos mutevoli e indefiniti si attribuisse una grande importanza a tutto ci
che apparteneva alla realt sottile delle cose. In tutti i luoghi di transizione e di passaggio, fiumi, confini, margini, estremit, cigli, bordi, orli, poteva accadere che il caos primordiale si rovesciasse nuovamente sul mondo. Lo spazio e il tempo non contavano: le caverne, per esempio, rappresentavano la soglia che separava il cielo e la terra, il fuori e il dentro, e costituivano gli ingressi al mondo degli spiriti; i pozzi, che collegavano la realt visibile con i domini sotterranei, aprivano alla conoscenza del futuro e ai segreti per riportare i morti in vita. Nello spazio che divide la schiuma dall'acqua e la corteccia dall'albero potevano essere cacciati gli spiriti maligni.
Alcuni oggetti e piante erano considerati magici proprio per la duplicit della loro natura: non a caso il vischio aveva poteri curativi e portava fortuna (buona o cattiva che fosse) a chi lo teneva in mano. Questo arbusto non cresce infatti sul terreno ma in aria, e conficca le sue radici nella corteccia del biancospino, della quercia e del sorbo. Anche la rugiada si trova ai limiti del definito:  acqua ma non viene dal mare, da un fiume o da un ruscello, bens dall'aria, e si posa leggera sulle foglie e gli steli dell'erba. Si credeva che misteriosamente potesse assorbire la luce del sole e trasformarla in oro.
Anche l'alba e il tramonto erano magici, perch dividevano i momenti essenziali dell'esistenza: la notte dal giorno, la tenebra dalla luce, il tempo in cui il male era libero di vagare e il tempo in cui veniva confinato nei suoi rifugi segreti. Questa percezione si applicava anche ai periodi di passaggio tra le stagioni dell'anno: per i popoli celtici d'Irlanda,
Francia e Bretagna, l'inverno cominciava con Samhain, il primo giorno di novembre, chiamato successivamente "Giorno di Tutti i Santi". Nella notte che lo precedeva, ogni regola ordinaria della normale realt era messa da parte, l'atmosfera era pi che mai pericolosamente carica di forze soprannaturali e gli spiriti di altri mondi erano liberi di vagare. Similmente, anche la vigilia di Beltane o "Giorno di Maggio", che contrassegnava l'inizio dell'estate, rappresentava un'altra frattura nella vita dell'anno: in quel giorno la forza primordiale della magia poteva balenare nella realt.
In quell'epoca antica erano all'opera poteri sconosciuti, che solo pochi individui avevano la capacit di controllare. I primi maghi possedevano un'enorme conoscenza che scaturiva dalla loro stessa natura di esseri viventi: l'essenza vera della magia pulsava nel loro cuore, scorreva nei loro corpi come il sangue nelle loro vene. La natura dei pi sapienti tra loro, uomini o donne che fossero, partecipava di quella degli animali, delle piante, dei venti, dei fulmini, dei tuoni, della luna e delle stelle, di tutto ci che  terrestre e celeste. Erano allo stesso tempo umani e sovrumani. Non desta quindi meraviglia il fatto che intorno alla loro nascita siano fiorite stranissime leggende.
Si diceva che Vainaminen fosse stato generato dai venti e dalle onde nell'aria vergine delle terre di Finlandia mentre questa si posava sul mare primordiale, e che fosse rimasto per trent'anni nel ventre della madre prima di emergere da essa per diventare il pi celebrato mago
del suo paese. La madre di Merlino non aveva mai conosciuto uomo; il padre era infatti un sogno che aveva preso sembianze umane e di notte si era recato dalla giovane.
Della nascita di Taliesin, le cui gesta sono avvolte nelle nebbie del tempo, si narra una storia davvero singolare. Si racconta che una maga di nome Ceridwen vivesse nella regione gallese di Penllyn, presso un laghetto di montagna. Ceridwen ebbe un figlio, che chiam Morfran, d'aspetto cos ripugnante da essere soprannominato Afagddu, "la bruttezza incarnata". Il ragazzo aveva il corpo interamente ricoperto di pelo e si comportava in modo cos infimo che la gente del luogo lo riteneva un demonio. La maga decise allora di compensare tale deformit con il dono della saggezza e per raggiungere il suo scopo si immerse profondamente nello studio delle arti magiche, finch giunse alla scoperta dell'incantesimo che avrebbe dato al figlio la saggezza universale e il dono della profezia. Quello che doveva fare era cogliere alcune erbe nel momento in cui il loro potere fosse stato al culmine e bollirle in un calderone per un anno e un giorno; alla fine, tre gocce della mistura sarebbero fuoruscite dal pentolone e, cadendo sul ragazzo, lo avrebbero trasformato in un mago. Ceridwen raccolse le erbe e diede il compito di mescolarle a un vecchio cieco e a un ragazzo, il cui nome sarebbe divenuto famoso, Qwion Bach. Per un anno e un giorno, nei recessi del castello di Ceridwen, i due mescolarono la porzione e attizzarono il fuoco al calderone, mentre la maga al momento
opportuno aggiungeva le erbe. Quando infine giunse il termine dell'anno, la donna fece sedere il figlio presso il fuoco e finalmente si ripos. Quello fu un grave errore perch, quando la mistura cominci a ribollire, mostrando di essere quasi pronta,
Gwion Bach, il contadino silenzioso guida del vecchio cieco, spinse via Morfran, facendo in modo che le tre gocce cadessero su di lui e non sul predestinato. Con stridore lamentoso il calderone s'incrin e fece colare il liquido sul fuoco sottostante, svegliando Ceridwen.
Segu il caos: Gwion Bach si diede alla fuga, correndo lungo i risonanti corridoi del palazzo, con Ceridwen alle calcagna. Finalmente il giovane che aveva rubato i segreti della sapienza trov una via d'uscita e all'istante si trasform in una lepre, per aumentare la velocit nella fuga; guardandosi alle spalle, per, non vide pi la maga, ma un agile levriero che lo inseguiva con la velocit del vento. Gwion raggiunse le rive del lago e si gett in acqua, usando i suoi nuovi poteri per tramutarsi in pesce; mentre filava via tra le piante acquatiche, percep dietro di s la presenza di una lontra, bruna e flessuosa.
Sent la morbida zampa artigliare la sua pinna e si slanci verso la superficie.
Emerse dall'acqua e assunse le sembianze di un uccello, ma, mentre volava via veloce, scorse un grande falco volteggiare in ampi cerchi sopra di lui. Un attimo dopo scendeva in picchiata e gli puntava contro, gli artigli sguainati come sciabole. Qwion si lasci allora precipitare a terra trasformandosi, mentre cadeva, in un chicco di grano; fin su un'aia, dove il grano veniva spulato, e si nascose in mezzo a migliaia di altri chicchi identici a lui. Per un attimo, tutto fu silenzio. Poi apparve una gallina nera, che becchettava nervosamente qua e l sull'aia coperta dai chicchi e piegava la testa di lato in modo tale che il suo rosso occhietto rotondo potesse fissare continuamente il grano. Raspava e becchettava, chiocciando ininterrottamente. Sollev un chicco e lo lasci cadere, poi scov il chicco che in realt era Qwion Bach. Il suo becco cal inesorabile, lo afferr e lo inghiott.
La gallina nera arruffle sue piume, s'ingrand e torn a trasformarsi in Ceridwen. La maga portava ora dentro di s il seme di uno stregone, e nove mesi pi tardi partor uno splendido bambino. Mon ebbe il coraggio di ucciderlo e prefer adagiarlo in un cestino di giunchi, affidandoloalle acque di un fiume. Il cestino non affond; galleggi e arriv a uno stagno vicino alla costa
del Galles settentrionale, dove sorge Castell Deganwy.
Quello stagno era ben conosciuto nel reame perch ogni anno, alla vigilia di Samhain, vi giungevano abbondanti i salmoni; in quell'occasione, Elphin, un figlio del re, vi si era recato a pescare. Trov il cesto e scostando le coperte, vide la fronte del bimbo ed esclam: "Guarda che bella fronte!". La frase in gallese suonava come Tal iesin e, con sua grande meraviglia, il bambino gli fece eco: "Ed  proprio Taliesin".
Il periodo della vita di Taliesin meglio conosciuto fu la sua infanzia e giovinezza; il giovane lord Elphin era infatti uno spendaccione e uomo piuttosto semplice, anche se apparentemente di buon cuore. Mise il cesto nella bisaccia di uno dei cavalli e lo port a casa dalla moglie, che ebbe cura del bambino, riportano i cronisti, "con amore e devozione". Fin da piccolo, Taliesin rivel le sue doti di cantore, tanto da diventare una delle Figure pi amate dalle genti celtiche, un bardo la cui poesia aveva qualit magiche. Da subito divenne il pi fedele alleato del patrigno, recandogli prosperit e salvandolo dalle situazioni spinose in cui veniva a trovarsi: quando Elphin venne ingiustamente imprigionato per essersi vantato alla corte del re, Taliesin per incantesimo lo liber dai ceppi in cui era costretto; poi, di fronte alla corte riunita, cant delle sue origini miracolose e predisse in versi toccanti l'imminente invasione delle isole britanniche da parte dei Sassoni.
Il tratto caratteristico dei maghi pi potenti risiedeva nella profonda conoscenza che essi avevano delle parole e della loro espressione pi perfetta: la poesia. Ai giorni nostri, in un tempo in cui le parole galleggiano con la stessa fluidit dei pollini,  quasi impossibile ricordare il valore e l'importanza che un tempo esse possedevano. Le parole davano ordine e forma alla realt; il conoscere il nome di una cosa significava percepirne la sua pi intima essenza e, di conseguenza, padroneggiarla. Significativamente Taliesin una volta cant: "Fui molte cose prima d'essere liberato - ero una parola, fatta di lettere". Una parola poteva essere modificata, manipolata, disposta in una forma nuova; tutte queste azioni avrebbero interferito con l'oggetto a cui la parola si riferiva. Si pu pertanto comprendere l'antica riluttanza della gente nel rivelare i nomi dei loro di, del loro paese e perfino il loro stesso nome. Il segno esteriore dei poteri occulti di un mago stava nella sua conoscenza delle parole, dei nomi e delle canzoni che da queste traeva. Le parole potevano persino portare i re a perdere i loro troni, come testimonia questo racconto irlandese.
Un tempo l'Irlanda era governata da un re avido e tirannico, un prepotente di nome Bress che vessava i suoi sudditi con pesantissime imposte sulle case e su tutti i loro averi. Era anche furbo, nella sua immensa avarizia: propose al popolo che il latte di ciascuna vacca bruna del paese che fosse senza pelo era da considerarsi suo. La gente fu subito d'accordo, perch una vacca senza pelo  un animale molto raro, ma Bress fece radunare tutte le bestie a pelo bruno del paese e le fece passare tra due fuochi perch questi ne bruciacchiassero
il mantello. Era insomma, come gli irlandesi usavano dire, un uomo che poteva essere padre e nonno della volpe stessa, ma aveva una caratteristica che lo rendeva vulnerabile: era arrogante e, quindi, ncauto.
Un giorno giunse al suo palazzo un mago e bardo di nome Cairpr e, poich i poeti erano tenuti in alta considerazione, era costume e segno di rispetto inviarli a soggiornare presso la corte per tutto il tempo che volevano e di ammetterli a pranzare alla tavola del re, nella sala maggiore, insieme a tutti i cortigiani. Bress, al contrario, si rivel infinitamente meschino; fece alloggiare il poeta in una spoglia e fredda soffitta, e come pasto gli fece portare del pane secco da una serva particolarmente brutta. Cairpr sapeva per benissimo come sarebbero dovute andare le cose, e come certe regole di ospitalit andassero rispettate; conosceva il tipo di comportamento che un re doveva assumere con un mago.
Profondamente offeso, annunci allora che sarebbe ripartito e, come si aspettava, fu convocato davanti al re per recitare il consueto componimento di ringraziamento al suo ospite. Durante la declamazione del bardo, Bress stava discutente con i suoi consiglieri e non s'accorse che la poesia di Cairpr era tutt'altro che in elogio servile; al contrario, in una breve rima il poeta augurava al re di ricevere lo stesso trattamento che riservava ai suoi ospiti.
Non appena la poesia fu conclusa, il re cominci ad avvertire un formicolio alle guance e presto, sotto gli sguardi esterrefatti della corte, il suo viso si ricopr di grandi macchie rossastre.
Nessuno dei medici, erboristi e stregoni del re riusc a curare quell'improvvisa repellente eruzione.
Dal momento che la legge del paese imponeva ai sovrani di non avere alcuna macchia visibile sul corpo, Bress fu costretto ad abdicare - con grande sollievo dei suoi sudditi - e tutto ci a causa di pochi versi improvvisati da un mago!
Il mago pi celebrato per l'estrema abilit con le parole fu Taliesin, bench si sia purtroppo dissolta nel tempo la maggior parte dei suoi canti e delle sue gesta. Egli fu probabilmente ospite presso le corti di molti sovrani e restano brani di alcuni suoi componimenti, ma oltre a questo, nulla. Un frammento canta della sua presenza alla battaglia di Cad Goddeu e suscita grande interesse per i fatti strabilianti che racconta. Cad Goddeu fu definita una delle tre battaglie pi inutili della storia delle isole britanniche, a causa dei futili motivi che la originarono (il possesso di un capriolo e di un cucciolo di levriero secondo alcune fonti, di un cervo, un cane e una pavoncella secondo altre).
Taliesin non dice quale fu l'esito della battaglia, ma ce ne descrive i primi momenti, e narra di come sul campo il mago Gwydion lev al cielo la bacchetta magica, facendo appello ai suoi poteri occulti: a quel gesto, sopraggiunse a grandi passi dalle foreste circostanti un esercito di alberi, dalle querce veloci e aitanti agli olmi feroci, dai biancospini ai salici ai sorbi, fino all'intrepida colonna degli abeti che si precipitarono in prima linea. Il frammento della descrizione di Cad Goddeu si inserisce perfettamente nell'atmosfera evocata dai primi maghi e
dalle loro gesta; essi compivano i loro sortilegi agendo insieme agli elementi del mondo naturale, ai venti e alle acque, alle stelle e ai pianeti, agli uccelli e ai pesci, agli alberi e ai fiori, perch in quei tempi il contatto dell'umanit con la natura era molto pi profondo di oggi. Non esistevano citt affollate, e sia i turriti castelli dei re guerrieri che le fragili capanne dei contadini si ergevano negli spazi ricavati da radure, e parevano piccoli e vulnerabili, strappati com'erano alla vegetazione selvaggia della terra ancora giovane. Specialmente di notte, quando le forze dell'occulto vagavano libere negli spazi aperti, le fioche luci di candela delle abitazioni non creavano che un fievole lume nella profonda oscurit d'intorno.
Al disopra di essa, ruotavano i cieli silenziosi e costellati da ordinati disegni, cos lucenti che la luna stessa sembrava un frutto appeso ai rami degli altissimi alberi. Tutto intorno alle radure si profilavano infatti incombenti le sagome di giganteschi alberi: la quercia, che si diceva gemesse quando veniva tagliata, il biancospino, dimora delle fate, il frassino, che gli abitanti del Nord ritenevano il pilastro della volta celeste.
Ad eccezione dei maghi, ben pochi osavano sfidare le segrete energie della Natura, poich solo chi era dotato di poteri magici, come il dolce cantore Taliesin e l'eroico Gwydion, erano "armati" del potere evocatorio delle parole. Gwydion significa "esprimersi in poesia", e l'uomo Gwydion era cos chiamato in virt dell'eloquenza della sua parola: ogni racconto che lo riguarda dice che le sue parole dominavano gli elementi della Terra; da giovane era molto scapigliato, ma in seguito matur in saggezza e crebbe in bont.
Gwydion visse nella terra di Gwynedd, nel Galles settentrionale, ed era nipote ed erede di Math "l'Antico", sovrano di Qwynedd, egli stesso potente mago. Math gli svel segreti incantesimi e lo avvi alla conoscenza dei suoi poteri e del loro buon uso - un duro tirocinio, ma necessario, perch dei suoi poteri Gwydion faceva da ragazzo un uso indiscriminato, al punto da provocare l'insorgere del male. Math aveva una giovane ancella, di nome Goewin, che non lo abbandonava mai, eccetto quando il sovrano si recava in battaglia; il fratello di Gwydion, Gilfaethwy, s'accese per lei di una bruciante passione. Gilfaethwy cominci pertanto a soffrire e si fece debole e pallido; Gwydion, per aiutarlo, escogit una semplice e brutale soluzione: scatenare una guerra allo scopo di allontanare Math dalla fanciulla. Radun pertanto un gruppo di guerrieri travestiti da bardi e, con Gilfaethwy al suo fianco, si diresse verso il sud del Galles, il cui signore, Pryderi, era famoso per il possesso di un magnifico branco di maiali -un regalo che si diceva gli fosse stato fatto da Arawn in persona, il Re degli Inferi. Com'era costume del tempo, i bardi furono accolti a corte con grandi feste e Gwydion intrattenne gli ospiti deliziandoli con i suoi canti. A un certo punto, chiese come favore al re che gli cedesse il mitico branco.
Pryderi replic: "Non  possibile, per che ho ricevuto quegli animali in cambio della promessa che mai li avrei venduti o ceduti a qualcun altro".
A quelle parole, Gwydion astutamente sugger: "Forse non potrai venderli o cederli, ma nulla ti impedisce di scambiarli per qualcosa di meglio". Aveva colpito nel segno: il re infatti si dichiar subito d'accordo e il giovane gli promise che il giorno seguente gli avrebbe fatto un'offerta adeguata. Quella stessa notte, Gwydion si guard attorno, alla ricerca di materiale con cui confezionare il suo incantesimo, e lo trov sotto forma di un gruppo di funghi. Si concentr su di loro con le parole rituali di un sortilegio, li esort ad assumere nuove sembianze. Ven presto, al posto dell'ombrello dei funghi, Gwydion vide le sagome di dodici splendidi stalloni neri, e di dodici levrieri dal mantello nero e il petto bianco. L'arguto stratagemma ebbe successo Pryderi cedette i suoi maiali. Gwydion e i suoi compagni si allontanarono pi in fretta che poterono verso casa, ben sapendo che un tale sortilegio sarebbe durato solo un giorno. Cos fu: quando Pryderi assistette alla trasformazione dei suoi cavalli e levrieri in patetici funghi, senza indugio si pose alla testa del suo esercito e si lanci all'inseguimento; giunto nella terra di Gwynedd, per, fu sopraffatto dalle soverchianti forze di Math. Per risparmiare il resto dei suoi uomini, Pryderi sfid Gwydion a duello, ma fu sconfitto e ucciso. Nel clangore della battaglia (dove si distinse in eroismo e lealt il guerriero e bardo Makkarin, maestro di spada e suonatore di flauto, crudele soldato e musicista sublime, ma questa  un'altra storia), mentre Math era occupato nel combattimento, Gilfaethwy s'avvent su Goewin e la violent. Era un gesto bieco e turpe, dettato dalla follia cieca del desiderio, ma non sarebbe rimasto impunito, perch Math, che sapeva ascoltare ogni sussurro del mondo, lo scopr subito. Il re convoc nella sua reggia - Caer Dathyl - Gwydion e Gilfaethwy affinch rispondessero della perdita di uomini e cavalli in quell'assurda battaglia, dell'inutile morte di Pryderi e della vergogna arrecata a Goewin.
Alla fine decise la punizione. Per tre anni i due si sarebbero trasformati in tre coppie di animali: cervo e cerbiatta, scrofa e cinghiale, lupo e lupa; inoltre, per compensare la violenza inutilmente perpetrata dai due, Math dispose che ogni anno i due animali si accoppiassero, e cos facendo partorissero dei cuccioli. Quando Gwydion e Gilfaethwy sarebbero tornati di nuovo umani, quella prole bestiale avrebbe per sempre ricordato loro il male che avevano compiuto. Gwydion prov un profondo senso di colpa per le sue efferate azioni, e accett la giusta punizione senza batter ciglio; in seguito venne conosciuto come saggio e guaritore, e di lui si raccontarono solo azioni mosse dalla compassione e dalla bont.
Dalle gelide terre spazzate dai venti della Finlandia ci sono pervenuti alcuni tetri racconti di incantesimi compiuti con le forze naturali. Il mago Vainaminen cominciava a risentire degli acciacchi della vecchiaia: a volte trascurava di citare brani importanti negli incantesimi e, cosa ancora pi triste, era rimasto solo, perch la sorella di Joukahainen, Aino, che gli era stata da questi promessa in sposa, aveva preferito morire annegata piuttosto che sposare il vecchio. Tuttavia, la gente continuava a chiamarlo "il Costante", perch a Vainaminen non era mai venuto meno il nobile intento di difendere il popolo della sua terra, detta Kaleva dai nemici del nord. L'avversario pi implacabile era la fattucchiera Louhi, signora della regione di Pohjola che, a varie riprese, scaten epidemie e carestie contro le genti di Kaleva, fortunatamente sventate dall'azione del vecchio mago. Louhi desiderala le ricchezze dei finlandesi e, seppure per un breve tempo, riusc a impossessarsene, poich molta di quella ricchezza risiedeva in un mulino magico, detto Sampo, e la fattucchiera, tramite false promesse e lusinghe, indusse il suo costruttore a cederglielo. Quando in seguito la donna rifiut di spartire l'immenso raccolto di grano e oro che il nulino produceva, Vainaminen, bench ormai molto vecchio, decise di sottrarglielo, determinato a riprenderlo con l'arma dell'astuzia.
I cantori raccontano che il mago, con un gruppo di uomini, attravers la baia che separava le sue terre da quelle di Louhi, poi, giunto a riva, prese a suonare l'arpa e a cantare, emettendo un suono cos dolce che l'intera regione cadde addormentata: gli uccelli smisero di cinguettare, gli animali nei pascoli di muggire, Louhi e i suoi soldati rimasero paralizzati dall'incantesimo. Risult quindi facile impossessarsi del mulino nella caverna in cui era nascosto e far nuovamente vela verso casa. Per tre lunghi giorni, Vainaminen e la sua ciurma navigarono speditamente poi, all'improvviso, la nave fu avvolta da una nebbia densa e impenetrabile, al punto che il timoniere non riusciva pi a tenere la rotta. Era chiaramente opera di Louhi, che risvegliatasi e accortasi del furto del mulino, aveva creato quella nebbia soprannaturale. Mormorando formule magiche, e con l'aiuto della spada, Vainaminen fece a brandelli la nebbia e la disperse nel cielo come fosse fatta di piume. Tuttavia, il vento prese a fischiare e le onde del mare a sollevarsi e a formare tremendi cavalloni: una spaventosa tempesta si abbatt sui finlandesi e il loro prezioso carico. Il potere del mago ebbe la meglio anche su questa nuova sciagura, dono di Louhi, e riusc a ricacciarla nelle profondit marine.
Infine, Louhi stessa si manifest a Vainaminen sotto forma di un orrendo uccello marino e subito tra i due si scaten una lotta furibonda - Vainaminen combatt con la spada e perfino a mani nude finch la fattucchiera, sotto mentite spoglie, malconcia e zoppicante, sconfitta prese finalmente il volo verso le sue terre, lasciando ai finlandesi quanto restava del mulino, in parte danneggiato nel corso della lotta.
Nulla potrebbe essere pi lontano da queste drammatiche saghe nordiche dei racconti che vedono protagonista l'umile mago Manannan Mac Lir e la sua terra in mezzo al mare, l'isola di Man. Manannan discendeva da un'antica stirpe irlandese, i Tuatha del Danann, che in tempi primordiali si erano ritirati nell'invisibilit, lasciando la terra ai comuni mortali. Il mare era il regno assoluto di Manannan, l il suo potere regnava supremo. Intorno a lui sono fiorite innumerevoli leggende: si diceva che possedesse una nave che
poteva giungere a destinazione senza bisogno di timoniere, e vi arrivava senza l'ausilio di vele o remi. Nella sua armatura splendente come il sole, cavalcava sulla terra e le acque, e la sola vista della sua spada possente riduceva i suoi avversari all'impotenza. Chi si ricopriva con il suo mantello magico, diventava invisibile. Fintanto che egli visse il suo regno fu inviolabile: non appena i nemici si avvicinavano, Manannan avvolgeva l'isola in una densa foschia, cosicch gli ignari continuavano la navigazione, senza accorgersi della presenza della terra. Manannan era capace di generare tempeste e, qualora ne avesse bisogno, poteva gettare dei pezzetti di legno in mare e trasformarli in altrettante navi da guerra. Ugualmente, poteva trasformare uno solo dei suoi soldati in cento uomini armati. Manannan era, per, anche il pi allegro e generoso tra i maghi, e portava felicit tra quelli che lo circondavano.
Manannan nutriva un affetto paterno per gli irlandesi e aveva a cuore le loro sorti: addestrava i giovani guerrieri del paese, li riforniva di armi potenti, ne curava persino le ferite riportate in battaglia. Chiunque lo conosceva diventava una persona migliore, pi saggia. A questo proposito, si racconta della "lezione" che impart a Cormac Mac Art. Cormac era un re irlandese, saggio, ma anche irascibile. Nutriva una pessima opinione delle donne, che definiva "bisbetiche, altezzose, dissolute", "dal cervello di gallina", e "avide, vendicative, tirchie, pronte all'insulto ed eloquenti nelle stupidaggini ". Un giorno, Cormac si trovava sugli spalti della sua fortezza di Tara, sede dei re irlandesi, quando vide approssimarsi un giovane che recava un ramo d'argento dal quale pendevano nove pomi dorati; quando il giovane scuoteva il ramo, le mele tintinnavano di una dolce melodia. A quel suono, il re dimentic ogni altro pensiero: chiam il giovane e gli chiese se volesse vendere il ramo. "Certamente" fu la risposta. "Non possiedo nulla che non sia disposto a vendere". "A quale prezzo?"
"Te lo dir quando prometterai di comprare".
Il re si dichiar d'accordo e chiese ancora quale fosse il prezzo. "Tua moglie e i tuoi figli" fu la risposta. Forse per l'effetto della melodia o per lo scontento che provava verso la moglie, senza batter ciglio Cormac accett a lasciar partire la sua famiglia.
Trascorse un anno. Nonostante fosse continuamente allietato dalla melodia delle mele, il re dovette ammettere a se stesso di essere in pena per le sorti dei suoi cari; spinto dalla solitudine, s'incammin lungo la stessa strada che essi avevano preso. Mentre camminava, una foschia cal intorno e, quando questa di nuovo svan, Cormac si trov in una terra strana e fantastica, dove le case, fatte di raso e di piume, si ergevano al centro di verdi prati.
Cammin fino a sera, finch giun se a un palazzo illuminato a giorno, all'ingresso del quale stava un uomo che lo salut allegramente e lo invit a entrare. Nelle cucine del palazzo un piccolo maiale era gi pronto per essere cucinato; l'ospite di Cormac ne tagli un pezzo e lo mise a cuocere su fuoco.
Mentre la carne sfrigolava, l'uomo
disse con un sorriso: "Bene. Cosa possiamo fare per divertirci? Io lo so. raccontaci una storia, ma fai attenzione: se la tua storia  vera, quando avrai finito di raccontarla questo pezzo di maiale sar cotto".
"Preferirei ne raccontassi una tu, una" replic Cormac "poi una tua moglie; dopo di voi anch'io dir volentie la mia".
"Benissimo" disse l'uomo sorridente, Gli ospiti devono fare come meglio credono. La mia storia  questa: sono padrone di sette maiali, ma con quei sette potrei sfamare tutto il mondo perch, quando uno viene ucciso, io rimetto
le sue ossa nel porcile e il giorno dopo, al levar del sole, il maiale  di nuovo vivo e vegeto. Se ho detto la verit, questo pezzo di maiale  cotto". Punzecchi la carne con il coltello: la carne era cotta. Mise un altro pezzo di maiale a cuocere sul fuoco.
Venne il turno della moglie. "Ho sette mucche bianche" disse "e da esse il latte non smette mai di zampillare. Se anche tutta la gente del mondo fosse radunata in questa piana, potrei dare da bere a ciascuno di loro. Se ho detto la verit, il secondo pezzo  cotto". E cos fu.
A quel punto, Cormac si era reso conto di chi fosse in realt il suo ospite, perch solo Manannan possedeva delle bestie cos miracolose. Disse al mago di
averlo riconosciuto, ma questi si limit ad annuire, esortandolo a raccontare senza indugi la sua storia. Cormac narr di come avesse perduto la moglie e di quanto la donna gli mancasse e, quando il racconto termin, anche il terzo pezzo di maiale era pronto. Manannan rise: "Sei il re Cormac, e ti dir la verit. Quel giovane delle mele in realt ero io, e io presi con me la tua famiglia, correttamente, in base all'accordo che avevamo stretto. Ora per tu sei qui, e sembra proprio che tu abbia cambiato parere, perci sono felice e onorato di rivederti. Per quanto riguarda tua moglie...". Il mago balz in piedi, si diresse a una pesante porta coperta da una tenda e fece uscire i tre che aspettavano all'interno. Erano la moglie di Cormac e i suoi figli. Dopo gli abbracci e le lacrime della riunione, tutti si sedettero intorno a un lungo tavolo di quercia. Manannan sollev un calice dorato e disse: "Vi spiego un altro fatto singolare. Dite una bugia davanti a questo calice e si romper in mille pezzi. Dite la verit e ritorner intero".
"Fammi vedere" rispose Cormac.
"D'accordo, vedrai". Manannan sogghign. "Mi spiace dirti che, da quando ho preso tua moglie con me, ella ha trovato un nuovo marito". Cormac si sent stringere il petto come fosse schiacciato in una morsa d'acciaio. Manannan rise e il suono della risata fu coperto dal fragore dell'esplosione dei mille frammenti d'oro sulla tavola. "Temo di dover dire" intervenne mestamente la moglie del mago "che mio marito ha mentito". In un attimo, i pezzi volarono in alto a ricomporre il calice intero. Dopo di ci, la serata trascorse tra storie e racconti che diventavano sempre pi stravaganti e, man mano che il mago raccontava, il calice, di nuovo in pezzi, sembrava aver perso ogni volont di tornare intero. Il gruppo infine si ritir per la notte, e, quando Cormac si risvegli, era di nuovo nel suo palazzo, con accanto a s la cara moglie addormentata. Presso il letto c'erano il calice d'oro della verit e il ramo d'argento della gioia.
Il misogino aveva ricevuto una lezione appropriata!
Taliesin, con l'incanto dei suoi componimenti, Math, il vecchio Vainaminen e il poeta guerriero Makkarin erano tutti, se cos si pu dire, dei precursori, e in mano tenevano il fuoco della sapienza segreta, la cui calda luce avrebbe sfavillato altissima grazie alla potenza di Merlino. Era come se Merlino (questo nome  la traduzione latina del celtico Myrddin) avesse riunito su di s i poteri dei maghi di tutti i tempi, e li avesse posti al servizio di un unico, grande obiettivo: la realizzazione dell'ultimo, imponente impero degli antichi Britanni. Di tutte le leggende che circondano il suo nome, questa  la pi duratura, tanto che lo stesso nome antico delle isole Britanniche pare derivi dall'antica Clas Myrddin, ovvero "Il recinto di Merlino" Come altri maghi, Merlino attira leggende come il miele attira le api, e queste rende la sua figura ancora pi straordinariamente evanescente. A lui sono infatti attribuiti i componimenti e le profezie di almeno due precedenti Myrddin gallesi, il primo un bardo compagno di Taliesin, il secondo un guerriero (forse proprio il leggendario Makkarin) spinto alla follia dagli
orrori del campo di battaglia. Anche il misterioso e inquietante circolo di pietre colossali di Stonehenge venne attribuito alla sua magia; si diceva che il mago avesse trasportato i monoliti dalla montagna irlandese di Killaire. Ci appare per poco verosimile. Quello che invece sembra essere vero  narrato in questi due episodi.
Nell'Inghilterra del V secolo devastata dalle guerre, un re di nome Vortigern riusc a strappare il trono dalle mani dei legittimi eredi, due giovani chiamati Uther e Aurelius Ambrosius, che fuggirono in Bretagna. Per sedare la rivolta che era scoppiata tra i sudditi, fedeli a Uther e Aurelius, Vortigern mand a chiamare truppe di feroci mercenari sassoni, e in pratica regal loro il paese, poich essi ne assunsero immediatamente il controllo. Il re trov rifugio a Snowdon, nel Galles, dove fece edificare una fortezza, ma il potente torrione che aveva progettato croll mentre era ancora in costruzione. Furono consultati i maghi di corte, i quali annunciarono che, se le pietre e la calce della torre fossero stati cosparsi del sangue di un fanciullo che non avesse mai avuto un padre, questa non sarebbe pi crollata. Il re sguinzagli i suoi emissari in tutto il reame, alla ricerca di un tale fanciullo, che finalmente venne trovato a Carmarthen, nel Galles meridionale. Accompagnato dalla madre, venne condotto a corte; la donna sostenne di non aver mai giaciuto con un uomo e che uno spirito una notte l'aveva visitata; in questo modo aveva concepito suo figlio. Vortigern aveva ora la sua vittima sacrificale, ma il ragazzo, che non era altri che Merlino, lo anticip e gli annunci che se gli uomini avessero scavato sotto le fondamenta della fortezza, avrebbero trovato una falda acquifera, la causa della fragilit delle fondamenta; quando questa fosse stata prosciugata, avrebbe rivelato la presenza di due draghi addormentati.
 La pozza venne prosciugata e tutto si mostr secondo le esatte parole di Merlino. Due draghi, uno rosso e uno bianco, emersero dall'acqua e presero a lottare ferocemente fra loro, mentre il giovane mago cantava i suoi canti segreti.
 Merlino annunci poi a Vortigern l'approssimarsi della sua fine, che sarebbe avvenuta per mano dei predoni sassoni o di Aurelius e Uther. Predisse che il sangue delle battaglie tra Britanni e Sassoni avrebbe colorato di rosso le acque dei fiumi, ma che, infine, il Cinghiale della Cornovaglia avrebbe travolto gli invasori e unificato il paese. E cos avvenne: Aurelius, il legittimo erede al trono, intrappol Vortigern in una delle sue torri, a cui diede fuoco. A lui fece seguito il fratello Uther, chiamato Pendragon, a causa del suo vessillo, decorato da un dragone alato. Questo era per soltanto l'inizio, l'ouverture della sinfonia dei magnifici canti magici che Merlino avrebbe in seguito melodiato: egli stesso, quando giunse il momento opportuno, richiam il Cinghiale della Cornovaglia, per unificare tutto il paese.
 Gli avvenimenti che dovevano portare a questo presero l'avvio nella citt di Londra, e l'occasione furono i festeggiamenti per l'incoronazione di Uther. Durante la festa il re vide Igraine, sposa di Gorlois di Cornovaglia, la pi bella donna di tutta l'Inghilterra, degna d'essere madre di re.
Uther era incantato. Il suo sguardo ctornava continuamente a lei, le porgeva il calice del vino e indugiava al suo fianco. L'innamoramento del re era ormai chiaro e Gorlois, che amava la moglie e per lei avrebbe sfidato la sorte contravvenne agli ordini reali e la condusse via con s, per rinchiuderla nel castello di Intagel, a precipizio sulla scogliera, battuta dalle onde della Cornovaglia. 
Si diresse poi verso le altre roccaforti dei suoi possedimenti per prepararsi all'attacco dell'esercito di Uther che avrebbe 
certamente sferrato. Di l a poco, infatti, le truppe del re invasero il paese, devastando e saccheggiando, senza tuttavia riuscire a penetrare nella fortezza di Iintagel, inespugnabile dal mare e raggiungibile da terra solo attraverso uno stretto istmo roccioso, ben sorvegliato. Uther convoc allora Merlino, che gi sapeva quello che il re gli avrebbe domandato, e ben deciso a favorire lo svolgersi degli eventi che avrebbero condotto alla venuta dell'eroe salvatore di tutta l'Inghilterra.
 Il re si consumava infatti d'amore per Igraine, che era divenuta l'unico oggetto
del suo desiderio. La notte successiva, la sentinella di guardia al cancellodel castello di Tintagel si meravigli alquanto nel rivedere il suo signore Gorlois, poich credeva che egli fosse all'accampamento di Dimilioc, allo scopo di fortificarlo. Insieme a Gorlois c'erano il suo amico Jordan e
uno dei suoi capitani, Britaelis: questi ultimi due si trattennero con la sentinella, ma Gorlois si diresse con passo deciso alle stanze della castellana, dove trascorse l'intera notte.
Alle prime luci dell'alba, i tre uomini lasciarono Tintagel e, nel grigio albeggiare, ripresero il loro aspetto abituale: il falso Gorlois era Uther, l'amico Jordan era un consigliere del re di nome Ulfin, e Britaelis era lo stesso Merlino, che aveva escogitato l'incantesimo per favorire la felice riuscita dell'incontro di quella sera.
Quella stessa notte, Gorlois fu ucciso nel campo di Dimilioc dalle truppe di Uther e, poco tempo dopo, il re spos Igraine. Dopo nove mesi, la donna diede alla luce un figlio, Art, il Cinghiale di cornovaglia.
Erano tempi molto pericolosi e Uther avrebbe dovuto combattere non solo contro i Sassoni e le trib del nord, ma anche contro le fazioni ribelli del suo stesso popolo. Alla luce di tutto questo, Merlino aveva chiesto al re un compenso per l'aiuto recatogli: volle che gli fosse affidato il bambino di Igraine. Poco dopo la nascita del fanciullo, si present nuovamente al castello e ne usc dal portone posteriore, avviandosi lungo il sentiero scosceso che conduceva alla scogliera e al mare, con in braccio il bambino. Di Art non si seppe pi nulla per quindici anni; alcuni dissero che Merlino l'aveva portato in Bretagna, altri che lo aveva affidato a un cavaliere di nome Ector che lo aveva allevato in un tranquillo angolo dell'Inghilterra, al riparo dai pericoli. In ogni caso, Merlino fece in modo che il giovane fosse al sicuro e che ricevesse un'educazione adeguata al suo rango, cos che, quando fosse giunta l'ora di succedere a suo padre, fosse in grado di ricevere la corona che gli spettava.
Questo  il racconto delle gesta di Merlino, non di re Art, e non  quindi il momento di dilungarsi nel racconto del suo lungo regno, delle battaglie da lui sostenute per forgiare il paese e del tradimento finale a opera di suo nipote. Durante tutti questi avvenimenti, Merlino fu sempre presente, e anche se a volte si teneva discretamente dietro le quinte, era sempre vigile, fino alla fine, che previde, ma che non poteva impedire. Fu sempre Merlino a trovare Excalibur, la spada di Art, insieme alla Donna del Lago, e fu lui a sovrintendere alla costruzione della Tavola Rotonda.
Tuttavia, prima del tracollo finale, Merlino scomparve: secondo alcune fonti, si ritir in un invisibile palazzo di vetro su un'isola, identificata con Bardsey, al largo delle coste gallesi. Port con s, con l'intento di custodirli fino a quando non fossero nuovamente tornati utili, i tredici tesori d'Inghilterra: la Spada di Rhydderch, che nelle mani di un valoroso combattente produceva una fiamma invincibile; il Canestro di Gwyddno Long-Shank, che trasformava cibo sufficiente per una persona in un banchetto per cento; il Corno di Bran, fonte inesauribile di bevanda; il Carro di
Morgan, che portava il cocchiere ovunque desiderasse; la Cavezza di Clydno Eiddyn, che attirava i migliori esemplari di cavalli; il portentoso Pugnale di Lawfrodedd il Cavaliere; il Calderone di Dyrnwch, che cuoceva cibo solo per i valorosi; la Cote di Tudwal Tudglyd, che affilava solo le spade degli eroi; il Mantello di Padarn "dal mantello rosso", che poteva essere indossato solo dai nati di nobile stirpe; il Piatto e la Brocca di Rhygenydd, che offrivano ogni tipo di cibo si desiderasse; la Scacchiera d'Oro di Qwenddolau, i cui pezzi d'argento si muovevano da soli, il Mantello di Art, che rendeva invisibile chi lo indossava.
Intorno alla scomparsa di Merlino sono state formulate numerose ipotesi: si disse che si fosse innamorato di una principessa o di una fata, il cui nome viene reso a volte come Nimue, Niniane o Vivian. Lei avrebbe fatto proprie le arti magiche di Merlino e con esse lo avrebbe imprigionato in una grotta di cristallo, o in un cespuglio di biancospino, o in una quercia delle foreste di Bretagna o, infine, lo lasci sospeso nell'aria, dove, invisibile, egli continuerebbe anche oggi a esistere. Merlino parl ancora solo una volta, per rivelare il segreto del Santo Graal a sir Galvano, cavaliere di Art.
Come siano andate realmente le cose, e se mai le cose siano andate realmente,  impossibile da stabilire, e non  neppure cos importante: ci che  davvero importante  il fatto che, proprio come i grandi maghi suoi predecessori, Merlino scomparve, ma non per morire. Manannan si risolse all'invisibilit, mantenendo tuttavia una vigile guardia sulla "sua" isola di Man, tanto che, anche in epoche successive, i marinai continuavano a invocarne l'aiuto. Il vecchio Vainaminen part a bordo di una nave di rame verso un luogo sconosciuto, diceva la sua gente, posto a met tra i confini pi alti della terra e quelli pi bassi del cielo, lasciandosi dietro la sua arpa magica. I primi maghi abbandonarono la terra, ma per stabilirsi in una specie di limbo silenzioso, in attesa che le loro genti li richiamassero quando fosse stato necessario. I tempi stavano cambiando: i potenti dominatori del soprannaturale, i protagonisti dell'et pi giovane della terra, andarono uno dopo l'altro ritirandosi, come il ghiaccio dalla terra quando giunge la primavera, lasciando dietro di s solo alcune limitate zone d'influenza, proprio come fece in seguito anche l'uomo, ritirandosi sempre pi dalla natura in se stesso.
Tutto ci avvenne comunque lentamente, e ancora molti secoli dopo Merlino, altri maghi continuavano a esistere, anche se dotati di minori poteri rispetto ai loro predecessori. Il mondo si stava per allontanando sempre di pi dalla magia, e coloro che ancora avrebbero "osato" interferire con i poteri occulti si sarebbero limitati a classificare e catalogare aridamente le risorse magiche che riuscivano a scoprire:  noto infatti che registri e codici sono nemici di ogni forma di vitalit. L'epoca dei grand maghi legati al potere occulto della natura cedette il passo a quella degli studiosi di incantesimi, uomini e donne che si destreggiavano con poteri che non facevano pi parte della loro natura; i "nuovi" maghi, inevitabilmente, pagarono a caro prezzo la loro curiosit.

Ilmarinen alla conquista della sua sposa.
Ilmarinen "il Fabbro", un giovane compagno di Vainaminen e mago egli stesso, amava la figlia di Louhi, la Fattucchiera del nord. L'amore era ricambiato, ma Louhi rese il corteggiamento molto difficoltoso: prima di concedere la mano della fanciulla, la strega sfid il giovane ad affrontare la morte per ben tre volte. La sua prima impresa consisteva nell'arare un campo pieno di vipere: indossando delle scarpe ferrate e spingendo un aratro d'oro, Ilmarinen scav solchi nel campo pullulante di vipere, incantandole con le sue melodie e costringendole a scostarsi dal suo cammino. Poi dovette penetrare nell'Oltretomba, alla ricerca di un orso e di un lupo che riusc, tramite un magico guinzaglio, a condurre fino a Louhi. Infine, in quella stessa tetra regione, riusc a catturare un perfido pesce con l'aiuto di un'aquila da lui materializzata. In questo modo Ilmarinen riusc ad avere la meglio su Louhi e ottenerne la figlia in sposa.

Incantesimi nell'Oltretomba.
Tra i grandi maghi celebrati dai poeti finlandesi, oltre a Vainaminen e Ilmarinen, si contava, non da meno, anche Lemminkainen. Proprio come Ilmarinen, anche Lemminkainen aspirava alla mano di una delle figlie di Louhi, la Fattucchiera del Nord e, allo stesso modo di Ilmarinen, fu sottoposto a una serie di prove, tra cui vi era anche il passaggio nell'Oltretomba. Riusc a penetrarvi, ma cadde nell'agguato tesogli da un servo di Louhi, che lo uccise. Intanto, in Finlandia, la madre del giovane, anch'ella una strega, percep immediatamente che il figlio correva un grave pericolo; fece ricorso alle sue arti, ma nessuna sapeva indicarle cosa fosse quel pericolo o dove Lemminkainen si trovasse, perci la donna si risolse ad andare a cercarlo, attraversando, da sola e a piedi, le distese innevate che la separavano dalle terre del Nord.
 Era abilissima nell'assumere le pi svariate sembianze, e, se anche Louhi l'avesse fatta seguire da qualcuno, questi non avrebbe potuto scorgere altro che un innocente coniglio nei pressi della riva di un fiume, oppure un lupo che si aggirava tra i cespugli di felci. Finalmente, la donna rintracci il cammino che aveva preso il figlio (i poeti raccontano che fu il Sole a indicarle la via, ma ci pu essere una metafora della grande abilit della donna nell'orientarsi grazie alle stelle e ai segni della terra). Prosegu spedita verso nord, solcando le desolate terre di confine, dove i campi innevati lasciavano posto alle distese popolate d'ombre e cosparse d'ossa, in cui il vento gemeva senza sosta.
 Giunse infine a quelle nere acque che i poeti chiamano "Il Fiume della Morte", sulla cui riva raccolse i poveri resti del corpo del figlio. Lavorando sulla riva del fiume, la donna inton incantesimi che fecero ritornare intero il cadavere, saldando le ossa alle giunture e ricucendone la carne, nonostante questo, dal corpo non esalava un alito di vita: allora la madre cant di nuovo, facendo appello con tutte le sue forze ai poteri che avrebbero avuto la facolt di rianimarlo. Quando il canto cess, sent, sotto la sua mano, il cuore del giovane che palpitava.
 In questo modo, la madre aveva ridato nuovamente la vita al figlio, e lo aveva riportato al sicuro in Finlandia. Lemminkainen non ottenne mai in sposa la figlia della fattucchiera Louhi.

L'incantattrice dell'isola.
Lontano dalle terre dei primi maghi, molto pi a sud, in un'isola del mare Adriatico ricoperta di foreste, viveva la maga Circe. Aveva per compagni orsi e lupi addomesticati e porci che, un tempo, erano stati dei marinai. La malvagia strega li aveva attirati a riva con l'incanto delle sue melodie e trasformati col potere degli incantesimi.
Una vittima fu anche l'incantevole ninfa Scylla, che usava bagnarsi presso le coste dell'isola. Circe l'aveva notata a causa del suo amante, un pastorello di cui si era invaghita. Una notte, camminando sola tra gli alti pini, Circe si diresse alla spiaggia dove Scylla si bagnava ogni mattina. Stando in equilibrio su una roccia, sollev in alto il vaso di cristallo che reggeva tra le mani, e vers nelle acque del mare un liquido verde come smeraldo, e si ferm per un attimo ad ammirare le bolle (che racchiudevano l'incantesimo) danzare sull'acqua e scomparire. All'alba, la ninfa dalla voce melodiosa giunse cantando alla spiaggia. Tast l'acqua con i piedi, ammirando le collane perlacee con cui il mare le avvolgeva le caviglie, poi si immerse pi al largo, lasciandosi sospingere dalla corrente nell'acqua dal bel colore verde. All'improvviso, con orrore vide nell'acqua vorticosa una massa verde palpitante che, lentamente, le si avvicin alle gambe e la trascin a fondo.
 Sott'acqua, Scylla si trasform: quando la testa riemerse era divenuta orribile, deforme, con lunghe zanne e la bava alla bocca. La voce che emise era un bestiale ululato. Cos trasformata, Scylla divenne un mostro, terrore dei marinai che percorrevano quel tratto di mare. Sulla sua isola coperta di pini. Circe visse a lungo: che abbia poi goduto dei favori del pastorello non  dato sapere, perch il racconto non riporta quello che ne fu del giovane.

Il mago di Kiev.
Dai cantori della Russia ci  stato tramandato che i combattenti dell'Orda d'Oro - gli eredi tartari di Gengis Khan - si trovarono un giorno a confronto con il mago Volga Vseslavich. Sul suo conto correvano le pi strane leggende: si diceva che sua madre fosse una principessa di Kiev, che suo padre fosse addirittura un serpente, e che dall'una avesse ereditato il coraggio e dall'altro i suoi poteri e la scaltrezza. Di notte, assumendo le sembianze di un leone, cacciava le prede della foresta e, prendendo la forma di un luccio, predava gli storioni dei fiumi. Di giorno, era un guerriero e comandante di eserciti; gi nel suo quindicesimo anno di et era alla testa di un esercito di settemila uomini, con il quale affront la
minaccia tartara. Giunse voce a Kiev che, nel Caucaso, l'Orda d'Oro si preparava a un'invasione; il mago guerriero riun i suoi ufficiali in consiglio, ma nessuno tra loro avrebbe osato inviare una pattuglia nelle sconfinate steppe russe per sorvegliare la fortezza del nemico, arroccata sulle montagne. Volga Vseslavich schern quella vilt e, in un attimo, spar alla loro vista, tramutandosi in un ariete che immediatamente galopp via. L'ultima cosa che fu vista dell'animale fu il riverbero delle sue corna lucenti ai margini dell'immensa pianura. Per lunghi giorni e notti, tra vento e pioggia, l'ariete galopp verso i territori del Khan, finch giunse a una roccia scoscesa da cui prese a osservare la sottostante piana sferzata dal vento, dove le sentinelle marciavano sui
bastioni della fortezza tartara, che, prima d'allora, nessuno era mai riuscito a penetrare.
Un'ora dopo, un uccellino dalla cresta scarlatta si pos sul davanzale di una camera posta ai piani alti della fortezza, piegando la testolina per meglio ascoltare la conversazione che si svolgeva all'interno tra un uomo e una donna. Ud il Khan che spiegava alla moglie come avrebbe spartito tra i figli le terre russe che si apprestava a conquistare, ma la donna lo interruppe con un grido: "Ho avuto un sogno in cui due uccelli combattevano e il piccolo uccello del nord uccise il corvo del sud. Quell'uccellino era il mago Volga e, te ne prego, non levare la mano contro di lui!". Il Khan non fece per che maledire la profezia della donna e l'uccellino al
davanzale vol via. Quella stessa notte, una furia devastatrice si abbatt sulla fortezza. I soldati sfoderarono le spade per fronteggiare un nemico invisibile: alcuni di loro parvero vedere l'ombra di un lupo proiettata contro un muro, altri udirono il pesante battito delle ali di un falcone, in volo verso le steppe della Russia. I Tartari, rimasti senz'armi e senza cavalcature, erano ridotti all'impotenza. Il mago della Russia non si sarebbe per accontentato di questo: a Kiev radun i suoi uomini e con loro marci verso sud, alla fortezza nemica, tramutati in formiche che si insinuarono al disotto dei cancelli di ferro. All'interno della potente fortezza, il Khan e i suoi soldati videro materializzarsi all'improvviso dei soldati al posto delle formiche e cos caddero tutti, trafitti dalle spade dell'esercito russo.

Una spada per il re d'Inghilterra.
Poco tempo dopo essere salito al trono, Art fu avvertito da Merlino che la sua vera spada lo attendeva. Insieme, i due partirono, attraversando foreste e montagne, finch giunsero a un tranquillo lago di montagna, avvolto in una foschia in cui cantavano dolcemente bianchi cigni. Una barca dorata galleggiava in riva al lago e i due uomini vi salirono, trasportati come da una mano invisibile verso il centro del lago. Fu l che una mano emerse dall'acqua, fendendo la nebbia: reggeva la spada Excalibur, inguainata in un fodero tempestato di gemme. In silenzio, Art afferr l'impugnatura. Quella spada dai poteri magici sarebbe stata la sua forza: nessun nemico avrebbe potuto sconfiggerlo fintanto che l'avesse portata, e lo stesso fodero era un talismano contro le ferite.

Un reame in pericolo
Agli inizi del suo regno il giovane Art era impaziente e bellicoso e sfid un cavaliere di nome Fellinore, un re poco saggio, a duello.
 Giostrarono con le lance e Art venne disarcionato, poi duellarono a piedi con la spada e Fellinore vinse. A quel punto, richiese che Art rinunciasse al suo onore di cavaliere e si arrendesse, ma il re prefer attendere il colpo di grazia, nel momento in cui Fellinore sollevava la spada per colpire, Merlino apparve tra i due uomini, e con voce tonante svel ci che solo lui conosceva: il futuro e la speranza dell'Inghilterra erano riposti in Art e con lui sarebbero morti. Colpito da queste parole, Pellinore trattenne la mano e Merlino predisse al re che il valoroso cavaliere con cui aveva combattuto, e i suoi figli, sarebbero divenuti i suoi pi fedeli servitori, fatto che si avver esattamente secondo le sue parole.

IL TROVATELLO DEL MAGO DI GALLES.

Le ricche terre di montagna di Qwynedd, nel Galles settentrionale, si trovavano sotto il controllo e la protezione dei maghi Math e Gwydion. La loro avventura pi famosa, e anche la pi triste, ebbe inizio nel castello di Caer Dathyl, la fortezza di montagna di cui Math era signore. All'origine degli avvenimenti ci fu l'arroganza di Arianrod, sorella di Gwydion e maga lei stessa. La donna era giunta al castello per servire il signore Math in qualit di ancella, ma fu ben presto evidente che con quel gesto Arianrod aveva attirato scandalo su di s, perch quel ruolo era riservato alle fanciulle vergini e, chiaramente, lei non lo era: lo stesso giorno in cui giunse al castello, diede alla luce due gemelli - nessuno sapeva chi ne fosse il padre e lei non lo rivel mai - dopodich li abbandon e corse a rifugiarsi nel suo palazzo in riva al mare. Uno dei bambini si gett immediatamente in acqua e, guizzando come un pesce, spar alla vista; fortunatamente, Gwydion riusc ad afferrare l'altro e lo adott. Gwydion protesse il bambino con incantesimi e il bimbo crebbe sano e precocemente forte.
Giunto all'et di quattro anni, venne il momento di dargli un nome; data la stranezza che aveva caratterizzato le circostanze della
sua nascita, non gliene era stato dato uno, e questo significava che non avrebbe mai avuto una propria identit. In quei tempi, nelle terre di Qwynedd, era costume che solo la madre potesse dare il nome al proprio figlio, pertanto Gwydion si accinse a partire con il ragazzo verso il palazzo di Arianrod, circondato dal mare. Non appena venne a sapere che il ragazzo era suo figlio, prova vivente della sua vergogna e del suo conseguente esilio, fremente di rabbia si rivolse ai due, e disse: "Io decider il suo destino: egli non avr mai un nome se non da me stessa. E io non glielo dar mai!". Torvamente,
Gwydion replic: "Questo  davvero un giuramento malvagio, come malvagia sei tu, ma il ragazzo avr ugualmente un nome".
Alcuni giorni dopo, nel porto sottostante il palazzo di Arianrod, gett l'ancora una piccola imbarcazione che trasportava dei calzolai ambulanti. Arianrod comand che le fossero confezionate alcune paia di scarpe, ma le fu detto che ci sarebbe stato possibile solo se
lei si fosse recata sull'imbarcazione. Giunta sul ponte, vide solamente un vecchio calzolaio e il suo biondo garzone, intenti a cucire quel cuoio smagliante. Mentre augurava loro il buon giorno, uno scricciolo si pos sulla sommit del pennone e il ragazzo, con gesto rapidissimo e sicuro, lo atterr con un sasso. Arianrod, ridendo e battendo le mani, esclam: "Bella mira, o Biondo dalla mano sicura!". A quelle parole, sia la nave che tutto ci che trasportava si dissolsero, lasciandosi dietro una scia di alghe galleggianti, mentre sul molo apparvero Gwydion e il figlio di Arianrod. Gwydion sorrise e disse: "Ora il ragazzo ha un nome, ed  un bellissimo nome! D'ora in poi si chiamer Lleu Llaw Gyffes". Quelle, nella lingua gallese, erano state le parole pronunciate dalla donna.
"Molto bene" replic freddamente Arianrod "ecco allora un altro destino per lui. Il ragazzo non avr armi per combattere, finch non sar io stessa ad armarlo. E non lo far mai!". Come risposta, Gwydion rise, e la salut, portandosi via il giovane
Lleu in una lontana fortezza del nord del paese, chiamata Dinas Dinlleu.
L il ragazzo trascorse molti anni tranquilli. Circondato dalle cure di Qwydion divent un bel giovane alto, biondo e forte. A causa dell'incantesimo di Arianrod, per, non poteva portare armi e conquistare il proprio posto in mezzo agli altri uomini. Qwydion lo sapeva, e cap che era giunto il momento di porre rimedio anche a quel maleficio. Una sera, due bardi si presentarono al castello di Arianrod e, come era costume, la donna li accolse con tutti gli onori. La serata trascorse tranquillamente tra ballate e racconti, ma, al mattino, il castello fu risvegliato da potenti squilli di tromba: dalle finestre sul mare si poteva scorgere un'imponente flotta di navi in assetto di guerra. In preda al terrore, Arianrod e le sue ancelle si precipitarono nelle stanze dove erano alloggiati i bardi, supplicando il loro aiuto.
 Costoro, oltre a uomini di spirito, erano anche ritenuti dei valorosi uomini d'azione. I due non avevano alcuna arma con loro, e Arianrod comand che fossero consegnate loro le migliori dal suo arsenale. Le ancelle armarono uno degli uomini e lei stessa l'altro, allacciandogli la cintura e il fodero, fermandogli l'elmo e porgendogli lo scudo. ??? appena ebbe terminato, la flotta sul mare scomparve; sulla tranquilla superficie non si distingueva nulla pi delle placide onde e delle grida dei gabbiani; anche all'interno del castello era avvenuta una trasformazione: i bardi si erano trasformati in Qwydion e in Lleu, con indosso le armi che lei stessa gli aveva dato. Qwydion era raggiante ma, a quel punto, Arianrod lanci la sua ultima maledizione: "Quest'uomo non avr mai moglie, di nessuna razza esistente sulla terra".
 Cos la maga decret il destino di Lleu Llaw Gyffes. Questa era una condanna davvero
spaventosa, che lo avrebbe obbligato a un'esistenza solitaria. Si trattava di una faccenda molto grave e quello che Gwydion fece questa volta fu molto pi che materializzare delle illusioni o
modificare l'aspetto delle cose per ingannare il nemico. Aveva bisogno di attingere
a poteri magici molto pi forti di quelli che lui da solo poteva
controllare.
Si rec quindi a Caer Dathyl, residenza del mago Math, suo zio, il quale, molto tempo prima, gli aveva insegnato con amore le arti magiche. Quando arriv, Math lo stava aspettando; poteva infatti udire ogni parola, anche solo sussurrata, e sapeva che Gwydion aveva bisogno di lui. Non  dato sapere esattamente in che modo i due stregoni usarono la loro magia: evocarono l'avvento di migliaia di fiori, fiori di quercia, di regina dei prati, di ginestra, poi si ritirarono nei recessi pi reconditi del castello e si disse che gli incantesimi e i sortilegi che formularono fossero pi potenti di quelli che tutti gli altri maghi
prima di loro avevano mai osato pronunciare.
Quando infine tornarono dal loro ritiro, i fiori si erano trasformati in una fanciulla in carne e ossa, che si svegli alla vita nel pieno rigoglio della giovinezza, dolce e fragrante come la primavera stessa, e pi bella di qualsiasi altra creatura umana. La chiamarono Blodeuwedd, che significa "viso di fiore", e la diedero in sposa a Lleu.
Cos, finalmente, Gwydion aveva fatto del giovane Lleu Llaw Qyffes un vero uomo. Math gli assegn le terre di Ardudwny, nel Galles del sud, insieme alla fortezza di Mur Castell, in modo che Lleu avesse dei propri possedimenti e lavoro da svolgere.
L'unica cosa che nessuno di loro aveva preso in considerazione era proprio Blodeuwedd: dov'era infatti il cuore in una donna fatta di fiori?
Blodeuwedd aveva s le fattezze di una bellissima giovane ed era, apparentemente, capace dell'amore di una moglie devota,
ma fondamentalmente era una creatura fragile e falsa. Poco dopo il matrimonio, Lleu la lasci sola al castello per recarsi in visita da Math e, quello stesso giorno, la donna not un gruppo di cacciatori inseguire un cervo attraverso le sue terre.
Verso sera, i cacciatori si presentarono al castello e la donna offr loro ospitalit, cos che non avessero a viaggiare di notte. A capo del gruppo c'era Gorowny, signore di Penllyn, i cui territori confinavano con quelli di Lleu e Blodeuwedd. Era soprannominato "il Bello" per via del suo magnifico aspetto, che sarebbe stato la perdizione della giovane donna: come lo vide incedere nella sala del castello, si infiamm infatti di passione. Quella stessa notte, i due divennero amanti e Blodeuwedd sapeva che non avrebbe pi potuto vivere senza di lui. Qorowny era un uomo senza onore: voleva s Blodeuwedd, ma anche le ricche terre di Ardudwy, ed era ben consapevole, come tutti a Qwynedd, che Lleu era sotto la protezione di Gwydion. Presto lasci Blodeuwedd per far ritorno alle sue terre, non senza aver prima informato la donna di ci che avrebbe dovuto fare per riaverlo con s.
Lleu torn dalla visita a Math e trov la bella moglie taciturna e pensierosa. Durante la notte, la donna si gir nel letto, piangendo. "Che cosa ti  successo?" chiese lui meravigliato.
Blodeuwedd rispose: "Quando eri via, ho pensato a te, e ho temuto che tu potessi morire prima di me, lasciandomi qui tutta sola". Era un argomento toccante e, alla luce della protezione che Gwydion gli aveva accordato sin da piccolo, decisamente assurdo. Per calmarla Lleu spieg: "A meno che sia Dio stesso a colpirmi, sar ben difficile per chiunque uccidermi". Lei prese a supplicarlo: "Se nessuno ti pu uccidere, dimmi perch. La mia conoscenza del pericolo ti faccia da scudo". Lleu per amore, le raccont quello che avrebbe sempre dovuto rimanere un segreto tra lui e Gwydion: "Prima di tutto, ci vuole una lancia. Potr per uccidermi solo colui che l'avr fabbricata da s, lavorandoci per un anno intero e solo nei giorni del Signore."
"E anche se la lancia fosse preparata, sarei comunque al sicuro, perch non posso esseri ucciso n all'interno di una casa n all'aperto come non posso essere ucciso se sono a cavallo o a piedi, n se sono sulla terraferma o in acqua". Cos Lleu rassicur Blodeuwedd la donna dal viso di fiore. "Allora non esiste proprio un luogo dove potresti morire, oppure s?" insistette lei.
Un luogo simile esisteva e Lleu glieli spieg: in quei tempi, si usava fare il bagno in speciali tinozze che venivano poste in prossimit delle acque dei fiumi ed erano ricoperte alla sommit con una sorta di coperchio, a protezione dalla pioggia. Se Lleu avesse posto un piede sul bordo della tinozza e avesse tenuto l'altro sollevato da terra, sulla groppa di una capra per esempio, ci sarebbero state tutte le condizioni necessarie perch la sua morte potesse avvenire: si sarebbe trovato in una posizione intermedia, n all'interno, ma neppure all'aperto, non sulla terraferma ma neppure in acqua, n a cavallo e neppure a piedi. La donna rise e non chiese altro, e Lleu pens di averla finalmente tranquillizzata. Il messaggero che Blodeuwedd mand il giorno
seguente a Gorowny, per, sapeva che le cose stavano ben diversamente.
Un anno trascorse tranquillo nelle terre di Ardudwy, e Blodeuwedd era con il marito la donna dolce e affezionata di sempre, nella fortezza di Hyn, Gorowny trascorreva il tempo al lavoro alla sua lancia mortale. Passato che fu l'anno, quando questa fu ultimata, lunga, perfetta e con la punta intinta nel veleno, Gorowny la port in segreto sotto i bastioni di Mur Castell e, sempre segretamente, fece sapere a Blodeuwedd d'essere pronto. Lo era anche lei, e, ora che la lunga attesa era finalmente finita, and da Lleu e gli disse con civetteria: "Se facessi preparare una tinozza per il bagno, saresti cos coraggioso da mostrarmi come sfidi la sorte?". Lleu rispose s, dopo tutto, che male gli poteva venire da una moglie cos simile a un fiore? La tinozza fu fatta preparare sulle rive del fiume Gynvael; Blodeuwedd lo accompagn e lo osserv mentre si bagnava. Altri occhi lo spiavano: quelli di Gorowny, che armato della sua lancia era nascosto sull'altra riva del fiume. Quando Lleu emerse dal bagno, Blodeuwedd era pronta a offrirgli la groppa di una capra su cui appoggiarsi. Lui desiderava compiacerla: pose un piede sul bordo della vasca, l'altro sulla groppa dell'animale e, proprio in quell'istante, Gorowny gett la lancia: l'asta si ruppe nell'impatto ma la punta penetr nel fianco di Lleu, che url di dolore e lanci un lungo feroce sguardo verso la moglie.
Spar e, al suo posto, comparve la splendida aquila dorata, ch'essa ferita, che lentamente sal verso il cielo e svan tra le montagne. Gorowny e Blodeuwedd non vi prestarono attenzione, e insieme fecero ritorno a Mur istell, che divenne, insieme a Blodeuwedd, propriet di Qorowny. Nei giorni che seguirono,
Gorowny, al comando dei suoi uomini, soggiog l'intero territorio di Ardudwny, che entr insieme alle terre di Penilin a far parte dei suoi possedimenti
Non pass molto tempo prima che Math venisse a conoscenza del crimine perpetrato dai due, di cui venne prontamente informato anche Gwydion
Tra i due maghi
che avevano osato tanto da creare quella donna, fu proprio quest'ultimo a soffrire maggiormente, perch Lleu era per lui come un figlio e per lui aveva sempre usato i suoi poteri a scopo benefico. Tentarono con ogni mezzo di ritrovare Lleu o scoprire quale forma potesse aver preso, ma invano. La risposta ai loro interrogativi era sempre e solo silenzio. Infine, Gwydion si decise a cercarlo personalmente, girovagando da solo e a piedi per le terre di
Gwynedd e di Powys. Trascorsero settimane, ma Gwydion non trov alcuna creatura che potesse essere Lleu Llaw Gyffes. Un giorno, il mago si trovava presso la fattoria di un contadino nei dintorni di Pennardd, sulla costa occidentale di Qwynedd e, quando la famiglia si radun in casa per la notte, ud il racconto del custode
dei porci, che spiegava di avere nel suo branco una scrofa davvero singolare: si allontanava ogni mattina e ritornava alla sera, sazia. Gwydion cap all'istante che la sua ricerca era giunta alla fine e il giorno dopo segu l'animale nella foresta, lungo il corso di un ruscello chiamato Nant y Lleu.
Dopo lungo girovagare, la scrofa si ferm sotto una quercia e cominci a mangiare.
Gwydion si avvicin all'albero e vide che la bestia si pasceva di carne decomposta. Alz lo sguardo verso l'alto e vide quello che cercava: abbarbicata tra i rami pi alti dell'albero
c'era una grande aquila dorata, che tremava in continuazione e, a ogni suo movimento, brandelli di carne cadevano al suolo.
Gwydion si sedette ai piedi dell'albero, accanto a lui la scrofa grufolava e il vento mormorava fra i rami, ma l'aquila non emetteva alcun suono. Il mago la fiss per qualche istante, riflettendo. Poi evoc un incantesimo e, a quel suono, l'uccello discese verso i rami pi bassi. Gwydion fece una pausa, poi cant ancora e attese. La debole creatura discese ancora pi in basso. Gwydion cant per la terza volta, ingiungendo all'uccello di avvicinarsi a lui e, quando ebbe finito, l'aquila si era posata sul suo ginocchio. Senza esitare, il mago la colp, l'aquila spar e, al suo posto, apparve Lleu Llaw Qyffes. Aveva le ossa che sporgevano dalla carne e un'enorme ferita sul fianco, ma era ancora vivo, Gwydion lo port a Caer Dathyl da Math, dove i due maghi si misero alacremente al lavoro: oltre all'abilit dei loro medici, fecero ricorso alle erbe della foresta per i loro incantesimi, e grazie a questi sforzi congiunti riuscirono a guarire il giovane Lleu. Nel frattempo, tutti gli uomini di Gwynedd avevano cominciato ad armarsi e lasciare le loro roccaforti e fattorie, viaggiando attraverso foreste e colline per rispondere all'appello di Math e Gwydion, che avevano lanciato un proclama per la cattura della malvagia sposa e del suo amante. Dopo
mesi di convalescenza, Lleu riprese finalmente le forze, anche se il suo cuore era spezzato dal dolore. And da Math e disse ci che tutti si attendevano da lui: "Signore,  giunto il momento che io cerchi vendetta per il male che mi  stato arrecato". Lleu e Gwydion si posero al comando delle schiere dell'esercito di Qwynedd, alla volta delle terre di Ardudwy. La colonna di uomini, carri e cavalli si snodava per intere miglia, inerpicandosi sulle montagne, coi vessilli spiegati al vento e le lance scintillanti. Ben presto, Qorowny e Blodeuwedd furono informati del loro arrivo; sapevano di non avere via di scampo perch le loro esigue forze non sarebbero mai state in grado di fronteggiare l'esercito di Gwydion e quello di Math. Non restava che la fuga e Qorowny, rivelando la sua natura infida e traditrice, part all'istante alla volta di Penllyn, abbandonando l'amante al suo destino.
Terrorizzata dalla prospettiva della collera e della punizione che l'attendeva per mano del suo creatore, Blodeuwedd fugg a piedi
dal castello, correndo a precipizio verso le montagne come un animale braccato, seguita dalle sue ancelle. Lleu e Gwydion presero facilmente possesso di Mur Castell, ma Gwydion non indugi un attimo: part subito sulle tracce della donna, procedendo rapido e sicuro lungo i tortuosi sentieri di montagna, senza mai affrettarsi n riposare e guadagnando costantemente terreno sul gruppo delle fuggiasche, che incespicavano sulle rocce e le scogliere che orlavano un profondo lago. Dapprima, le donne videro solo una macchia in lontananza, che appariva e spariva a tratti. Ogni volta che riappariva, il mago era sempre pi vicino, e, colte dal panico, le donne continuavano a voltarsi per misurare il progresso di Gwydion. Cos facendo una dopo l'altra inciamparono e precipitarono urlando nelle gelide acque del lago, finch non rimase che Blodeuwedd, colei che le aveva condotte alla rovina. La donna continuava affannosamente ad avanzare, carponi in mezzo al fango, per nulla simile a un fiore, ora. Alle sue spalle, udiva i passi del mago
che, implacabile, inesorabile, la seguiva su per la montagna, finch, raggiunta la sommit, non le rimase altro da fare che attendere. Gwydion sopraggiunse dopo alcuni minuti, contempl Blodeuwedd, che lui stesso aveva creato, e le disse: "Non ti uccider. Sarebbe troppo facile. Ti dar un destino peggiore: sarai trasformata in un uccello e, per la vergogna che hai arrecato a Lleu, sarai un uccello che non si mostra mai alla luce del sole, un rapace odiato dagli altri uccelli, e caccerai sempre da sola". Alz la mano e, al posto di Blodeuwedd, si vide un gufo, munito di grossi artigli. Prima di lasciarla, Gwydion aggiunse: "Non perderai il tuo nome". Ancora oggi, il gufo , per le genti del Galles, Blodeuwedd o "viso di fiore".
Gwydion fece ritorno a Mur Castell, dove era in comando Lleu; insieme attesero che giungessero gli emissari del nemico, ben sapendo che Gorowny non avrebbe rischiato che invadessero Penllyn. Infatti, poco dopo si present un messaggero che chiedeva in cosa consistesse il riscatto richiesto da Lleu per l'offesa ricevuta. La risposta fu: "D a Gorowny che l'unica e la minima ricompensa che posso accettare  questa: che lui stia nel luogo esatto dov'ero io quando mi colp con la lancia. Io far altrettanto e lo trafigger allo stesso modo". Al sentire questo, Gorowny si rivolse ai suoi uomini: "Non c' nessuno tra voi che voglia prendere il mio posto?". Era costume, nelle terre del Galles, che gli uomini pi vicini al principe si sacrificassero per risparmiargli la vita, ma in quel caso nessuno si fece avanti per il vigliacco Gorowny e la domanda cadde nel silenzio.
Dovette pertanto recarsi presso le rive del fiume Gynvael, dove era atteso da Lleu. Si port nel punto dove si era trovato Lleu quando fu colpito e questi alz la lancia, ma, Gorowny url: "Signore! concedimi una grazia! Fui portato a quel gesto da una donna e perci ti supplico, lascia almeno che possa reggere una pietra a proteggermi dal colpo".
"Non te lo posso rifiutare" replic Lleu, sempre generoso, e trattenne la mano fintanto che l'altro raccoglieva dal greto del fiume una pietra, che si accost al corpo a guisa di scudo. Lleu gett la lancia, diritta verso il bersaglio, trapass la pietra e il corpo di Gorowny, che si spezz la schiena e mor.
Cos fu compiuta la vendetta di Lleu. Gli anni trascorsero, e a Math successe Gwydion, che a sua volta fu seguito da Lleu. Centinaia di anni dopo quegli avvenimenti, era ancora possibile vedere la pietra che Gorowny aveva usato come scudo: fu chiamata "la Pietra di Gorowny". Il luogo dove era stata gettata la lancia divent "la collina della battaglia".


Capitolo Due.
MAESTRI DELLE ARTI SEGRETE.

Le probabilit, per un estraneo, di rintracciare un particolare volume nelle stanze del filosofo Roger Bacon, si riducevano praticamente a zero. I libri erano sparsi ovunque, sopra pesanti scrigni di quercia, ammassati in solide file sulle sedie vicino alle finestre, impilati in colonne sul pavimento.
Naturalmente, non si trattava di testi stampati: Gutenberg non avrebbe inventato la macchina da stampa prima di duecento anni. Erano piuttosto massicce opere d'arte, scritte a mano con amore religioso su crocchiante pergamena o spessa cartapecora, rilegate in morbidissimo cuoio e annotate dalla sapiente scrittura dello stesso Bacon, ordinata e appuntita come una cattedrale gotica. C'erano i preziosi Codici di Filosofia di Aristotele e i relativi commentari compilati dal filosofo latino Boezio; si sarebbe potuto trovare il
Picatrix una curiosa raccolta di formule magiche arabe, o il Canoni di medicina del medico e filosofo persiano Avicenna, che, in alcune sue parti, trattava di arti occulte. Poco pi in l, giaceva La chiave di Salomone, copia manoscritta di Bacon delle formule e degli incantesimi magici del re ebreo. Anche le opere di Bacon, come le sue grammatiche greche ed ebraiche, il suo Trincipi generali di filosofia naturale, erano sparse qua e l, insieme ai pi svariati materiali di scrittura.
In mezzo alla moltitudine dei libri si trovavano vari tipi di lenti e prismi per esaminare la rifrazione della luce e i colori dell'arcobaleno; una camera oscura per l'osservazione delle eclissi; un pallottoliere ornato di perline; scintillanti bussole d'ottone; alidade, quadranti e astrolabi per lo studio del firmamento; bianchi scheletri di uccelli per lo studio della dinamica del volo; campane di vetro, crogioli e alambicchi dell'alchimista praticante. L'effetto complessivo prodotto sui visitatori della biblioteca doveva essere quello di un disordine ricercato, e il fatto che Bacon fosse in grado, con sorprendente velocit,
di rintracciare qualsiasi testo volesse in quella pletora di volumi aperti, non avrebbe mancato di stupirti. Si muoveva in quel caos con tale abilit che
pareva avesse la destrezza manuale di un prestigiatore, al punto di alimentare le voci che circolavano sulle sue pratiche e i suoi poteri, voci che ormai
si erano diffuse ben oltre le sognanti guglie di Oxford, fino ad altri luoghi di cultura, come Parigi e soprattutto Bologna. Nonostante Bacon fosse un
frate francescano, e quindi poco verosimile come praticante di riti che non fossero strettamente sacri, intorno al suo nome si erano andate formando storie
di pratiche magiche. Si diceva che la sua abilit in questo campofosse conosciuta perfino a corte, dove il re in persona aveva assistito a dimostrazioni
inconfutabili. Ed ecco il racconto che di questo episodio ne hanno fatto i cronisti dell'epoca. 
Un giorno mentre era al lavoro nelle sue stanze,Bacon sent bussare alla porta che, a un suo gesto si apr cigolando. Portava sulla sopravveste lo stemma
dei re Plantageneti, il giovane lanci un'occhiata di disapprovazione all'atmosfera caotica e asfittica delle stanze e in fretta comunic il suo messaggio.
Il Re Edoardo era ospite di un nobile nel suo palazzo della Contea di Oxford e avrebbe desiderato assistere a una dimostrazione dei poteri diBacon. Il
frate acconsent alla richiesta e mentre il messaggero reale si voltava per andarsene comment
"Partir da qui, dopo di voi, ma arriver a destinazione due ore prima di voi"
Dal momento chela distanza era di sole cinque miglia e il cavallo che montava era un destriero focoso a paragone dell'umile mulo del frate, il giovane fece solo un'alzata di spalle. "E un'altra cosa" aggiunse Bacon con un sorriso malizioso "potrei anche rivelare il nome della giovane servetta con cui hai giaciuto ieri sera. E pi tardi penso proprio che lo far". Il giovane si limit a replicare che tutti gli eruditi erano solo degli impostori e se ne and.
Bacon sorrise a se stesso, recit una formula magica e poco dopo si present alla residenza dove era alloggiato il re. Questi gli diede il benvenuto invitandolo nel salone del palazzo, congratulandosi con lui per la sua grande cultura e chiedendogli una dimostrazione dei suoi poteri magici. In un primo momento, Bacon si schiv, con la dovuta modestia, facendo notare di essere di molto inferiore ad altri, pi degni di lui, ma che, tuttavia, per compiacere il suo re, era pronto ad attingere alle povere risorse di cui disponeva.
Dalle pieghe della voluminosa tonaca estrasse la bacchetta di legno di nocciolo dei maghi e il re, la regina e la corte formarono un cerchio intorno a lui, osservandolo. Bacon sollev la bacchetta e intorno si lev un suono meraviglioso, che sembrava alzarsi dalle pietre delle mura e dei pavimenti, dal tessuto degli arazzi, dalle travi del soffitto, come un'essenza, un nastro intrecciato di armonie cos soavemente dolci che l'udito ne era incantato, e cos emozionante da sollevare il cuore.
Era come l'eco di una musica celestiale, la musica che i pianeti, nei loro moti eterni e infallibili, dovevano cantare all'origine dell'universo e in ogni istante del tempo, bench non udite da orecchie umane. L'aria ne fu piena e i cortigiani smisero di parlare. Il suono and spegnendosi e Bacon osserv con semplicit: "Questo era per compiacere l'udito delle Vostre Grazie". Sollev di nuovo la bacchetta. La musica crebbe e cambi timbro, assumendo la gaiezza delle danze mondane; poi nella sala apparvero cinque ballerini, dapprima vaghi come ombre, poi sempre pi distinti e concreti. Quando furono completamente materializzati sembrarono offrire un netto contrasto con la musica: erano un buffone di corte e una lavandaia che ballavano una giga, mentre una figura curva, che vestiva lo zucchetto e l'abito nero degli usurai, gli si aggirava intorno, importunandoli. Apparve poi un servo in livrea dall'aria sprezzante, coi calzoni spiegazzati sulle fragili gambe ossute e allontan l'usuraio verso un altro personaggio, una sorta di damerino con baffoni e dall'aspetto tronfio. Mentre danzavano, parvero trasformarsi, come se tutta la loro cupidigia, vanit e cinismo li abbandonasse, ed essi sembrarono lasciare, nelle figure della danza, tutta la grettezza delle loro occupazioni. I loro corpi si fecero agili e flessuosi e rotearono, fecero capriole e piroette, saltando con l'agilit di delfini sulle onde, volteggiando come uccelli trasportati dal vento.
Infine, mentre ancora ballavano, si innalzarono verso l'alto, salendo in aria come avvolti in una spirale di fumo, sparendo alla vista. Si sarebbe detto che fossero stati trasportati nei regni celesti, ben al disopra della prigione terrena dell'anima, mentre la musica continuava, ormai
l'unico suono nel salone fattosi silenzioso. I cortigiani erano rimasti incantati, immobili come file di statue; persino i levrieri da caccia del re riposavano placidi e i falconi, sui loro trespoli, chinavano la testa. Presso una finestra, una farfalla si era addormentata, con le sue ali ben chiuse, in un abbraccio a un innamorato invisibile.
Bacon alz ancora la bacchetta e dal pavimento della sala emerse un tavolo poggiato su cavalletti, coperto di pesche e melagrane, fragole, albicocche e lamponi, doni della terra per deliziare il palato di un re. Di nuovo agit la bacchetta e nell'aria si diffuse un concerto di profumi, la cui fragranza s'intrecciava con la musica in deliziosi soavi arpeggi di geranio e in melodici accordi di rosa e violetta. Poi, nelle correnti vorticose prodotte da suoni, profumi e aromi, il mago introdusse un nuovo piacere per il senso del tatto: facendosi strada tra la folla dei cortigiani ammaliati, si vide avanzare un gruppo di mercanti, abbigliati nei pesanti mantelli della Moscova e del Catai, che portavano pellicce lucenti come seta.
Infine, Bacon ripose la bacchetta, incroci le braccia nelle maniche della tonaca e attese: i mercanti si avviarono presso l'uscita, i frutti vibrarono e si dissolsero nel nulla, i profumi si attenuarono in un persistente ricordo di fragranza, la musica si ridusse a una sola nota, che indugiava nell'aria come l'ultima, delicata eco di una campanella d'argento. Anche il re e i cortigiani tornarono lentamente in s, sbattendo gli occhi e sussurrando tra loro.
Proprio in quel momento, si vide precipitare nella sala il messaggero del re, ridotto in condizioni pietose. A quanto raccont, il suo cavallo, improvvisamen te imbizzarrito, l'aveva trascinato in un galoppo sfrenato attraverso ogni pozza fossa e pantano dell'intera regione; era furibondo.
Le dame, al suo passaggio, scostavano le gonne affinch non s'imbrattassero. Stravolto dalla rabbia e farfugliando qualcosa a proposito di demoni, affront Bacon, ma il frate disse semplicemente "Come avevo promesso, sono arrivato qui prima di voi. E poi, naturalmente, avevo anche promesso di accompagnarvi dalla vostra amata, non  cos?". Si diresse deciso verso un'arcata e tir la tenda che la ricopriva: l, nella cornice dell'arco stava una servetta di cucina, le guance pienotte e il grembiule macchiato di grasso, con l'aria imbarazzata. In mano reggeva un mestolo. "La prossima volta, fai pi attenzione a chi chiami impostori! esclam il frate che, dopo un inchino al re, si conged, lasciando il malcapitato all'ilarit generale della corte, mentre la servetta si profondeva in inchini e lui cercava balbettando di spiegare la presenza di quella, non proprio brillante, conquista
Nonostante il suo scopo fosse alquanto pi frivolo, l'incantesimo creato da Bacon era sostanzialmente dello stesso tipo della flotta da guerra materializzata da Gwydion per spaventare Arianrod e delle trasformazioni che Merlino utilizz per far incontrare Uther e Igraine. I tempi, per, erano profondamente cambiati. Bacon era nato nella parte occidentale dell'Inghilterra nella contea del Somerset, una terra verdeggiante e piacevole, circondata da ondulate colline.
Ai tempi di Merlino, il Somerset, come gran parte dell'Inghilterra, era una regione selvaggia, dove molte di quelle che sarebbero divenute colline erano ancora isole in mezzo a un acquitrinoso oceano
di paludi. Nel corso del tempo, le paludi vennero prosciugate, e furono creati ricchi pascoli, e la terra fu infine addomesticata. Ancora ai tempi di Merlino, la
maggiore di quelle isole montagnose era
chiamata Glastonbury Tor, allora meglio
conosciuta col nome di Ynys Avallon o
"Isola delle Mele".
 Ai tempi di Bacon, Glastonbury Tor era solo una collinetta erbosa che si ergeva
a cinquecento piedi sulla circostante piana acquitrinosa, sui cui fianchi svettavano i muraglioni di pietra e le torri slanciate di un'immensa e prospera abbazia, da cui, tutti i giorni, centinaia di monaci levavano le loro voci nei canti della chiesa cristiana.
Erano trascorsi sette secoli dalla fine di Art e di Merlino: il mondo si era fatto pi ordinato, pieno di citt popolose e caotiche, attraversato da importanti strade commerciali che serpeggiavano dall'Europa verso l'Asia e l'Arabia e, man mano che la natura allo stato primordiale lasciava il posto alle attivit commerciali, le cose della terra divennero pi prevedibili. Certo, le gesta di Merlino e di altri come lui non furono mai dimenticate, ma il nuovo, pi razionale assetto del mondo ostacolava la magia spontanea dei primi maghi. Per questo, Roger Bacon e i suoi compagni dovettero cercarsi altre vie per penetrare e modificare l'ordine della Natura.
Nel corso dei secoli, un intero sistema di monasteri e cattedrali si era andato articolando su tutto il territorio.
La Chiesa era ricca di terre e denaro; tutto il fertile Somerset, per esempio, brulicava delle torri di osservazione dei conventi, che permettevano ai monaci di tenere sotto controllo i loro possedimenti. E, cosa ancora pi importante, la Chiesa era la fonte principale del sapere. Mentre i secoli passavano e i re si succedevano e le battaglie venivano vinte e perse e la gente comune seguiva l'alternarsi delle stagioni con l'aratura, la semina e la mietitura, i monaci avevano pazientemente raccolto e conservato la saggezza di tutti i tempi ed erano diventati una specie di custodi della civilt.
Raccolti sotto la fioca luce del Nord che penetrava nelle sale di scrittura dei conventi, innumerevoli monaci ricopiavano pazientemente le opere di Platone, Aristotele, Pitagora, Boezio, Avicenna, oltre a quelle degli storici e filosofi loro contemporanei. Con la stessa elegante calligrafia di Roger Bacon, i monaci scrivevano la nuova storia dell'universo.
La storia che veniva raccontata era quella di una meravigliosa, perfetta universalit sorretta da una logica rigorosa: allo stesso modo in cui gli uomini avevano trasformato le paludi del Somerset in una terra fertile e accogliente, la mente umana aveva catalogato tutti gli elementi del creato in un disegno ampio e armonioso.
L'ordine dell'universo veniva simbolicamente rappresentato da una catena che scendeva dal trono di Dio, nell'alto nel firmamento, fino alla solida terra, nel basso del creato. Agli estremi della catena erano posti i tre ordini degli angeli,
esseri di puro spirito i quali, secondo alcuni studiosi, dirigevano i movimenti celesti, cantando le loro melodie. Al disotto delle sfere celesti degli angeli, tutti gli elementi del mondo naturale erano sottoposti a differenziazioni di grado, priorit e posizione. Il pi vicino gli angeli era l'uomo, modello supremo fra tutti gli animali, dotato del pensiero e della razionalit.
Dopo l'uomo venivano gli animali pi evoluti, come i cavalli, cui seguivano altre creature animali minori, prive di alcuni sensi: le ostriche, per esempio, poi venivano i vegetali, che pur viventi erano immobili e insensibili; infine, ultimi nell'ordine, c'erano gli oggetti inanimati come i minerali. L'aspetto confortante di questo sistema risiedeva nella pi grande completezza ed esaustivit; ogni cosa vi trovava il giusto posto e niente veniva escluso.
All'interno di una stessa categoria venivano classificati tutti i suoi appartenenti, tra cui si distinguevano degli esemplari superiori: tra i pesci, i delfini; tra gli uccelli, i falchi; tra gli uomini, i re; tra gli angeli, i serafini; tra i corpi celesti, il iole.
Questo ordine, apparentemente perenne celava tuttavia al suo interno il germe dell'instabilit, che rappresentava il pericolo supremo, in modo particolare per i maghi.
Tutte le cose del creato erano infatti, nel profondo della loro essenza, collegate (da somiglianze, similitudini, analogie); se una qualsiasi parte di quel delicatissimo equilibrio fosse stata alterata, l'intero sistema cosmico ne avrebbe risentito.
Il rischio pi terribile era che il caos assoluto, universale, rappresentato da soli morenti e oceani ribollenti, carestie, epidemie e fuoco, si riversasse incontrollato sul mondo. In effetti, quel mondo era gi minacciato: il fatto stesso di nominare una cosa non significava soltanto evocarla nella realt, ma anche provocare l'insorgere del suo esatto contrario, perch quasi tutte le cose possiedono la loro definitivit solo se esiste anche il loro opposto. La vita esiste solo se esiste la morte.
Un mondo ordinato di luce e armonia evocava pertanto anche il suo contrario: agli estremi dell'infinita catena dell'universo stavano Dio e Satana, il Grande Spirito e il Grande Nemico, con le sue schiere di demoni. Egli era l'incarnazione della distruzione e delle tenebre, lui era l'implacabile nemico di ogni ordine.
Chiunque conosceva i gravi pericoli che conseguivano dall'alterazione dell'ordine naturale delle cose; i maghi, per, essendo umani e tentati dalla curiosit dell'intelligenza, e non disdegnando i piaceri che offre il potere, continuamente interferivano con l'ordine dell'universo: potevano comandare i venti e le maree, modificarne la forza, mutare l'aspetto degli oggetti, creare illusioni, richiamare in vita i defunti e leggere nel futuro.
Tutti costoro, in qualche misura, ebbero a che fare con Satana o con i suoi demoni: egli era un alleato sempre disponibile per chi fosse interessato ad alterare e (forse) a danneggiare la struttura del Creato.
Alcuni sapienti e maghi, come lo stesso Bacon o l'islandese Soemundur "il
Saggio", furono sempre molto cauti e attenti in quello che facevano, e riuscirono a superare incolumi centinaia e centinaia di esperimenti; altri, come il compagno di Bacon, frate Bungay, o come Faustus di Wittemberg, pagarono il potere raggiunto con il sangue.
I maghi di quest'epoca erano prevalentemente eruditi e studiosi: la magia aveva definitivamente perso il suo carattere poetico ed era diventata pi simile a una scienza, in modo tale che il potere dei maghi derivava da lunghi anni di profondi studi. Il prezzo del vivere in un mondo cos minuziosamente ordinato era la perdita di quell'unione istintiva con la Natura che era stata caratteristica dei primi maghi. Se i loro moderni successori volevano controllare le forze naturali, dovevano prima penetrarne il significato complessivo e comprendere quel sistema di corrispondenze e analogie che univa l'universo in un'unica entit, un macrocosmo di cui l'uomo stesso non era che un infinitesimale riflesso.
Un elemento essenziale nelle ricerche dei nuovi maghi era la conoscenza dell'astrologia, lo studio del moto dei pianeti attraverso la catena di costellazioni che circonda la Terra; cos tanta era l'importanza attribuita alle influenze celesti, che le immagini di quei movimenti cosmici erano riflesse un po' ovunque sulla terra, persino nei corpi degli esseri umani. La comprensione di tali movimenti rappresentava pertanto uno strumento estremamente potente, anche perch, attraverso le progressioni dei pianeti, si poteva disegnare una mappa del futuro.
I maghi si occupavano anche degli elementi terrestri, in particolare dei quattro fondamentali: terra, aria, fuoco e acqua, che si credeva fossero presenti, in diversa misura, in ogni cosa.
L'alchimia divent l'espressione pi ambiziosa di questi studi; essa trattava, nei suoi princpi di base, di un'analisi delle proporzioni degli elementi presenti nei metalli; il suo fine pi alto era la creazione dell'oro.
Si riteneva che nell'oro, il re dei metalli, gli elementi fossero perfettamente proporzionati, come del resto in ogni altra perfetta forma terrena, compreso l'organismo umano; ne conseguiva che la scoperta di un tale equilibrio avrebbe dato a chiunque poteri ben maggiori della mera capacit di produrre ricchezza: avrebbe significato custodire la chiave della perfezione stessa!
Tali pratiche misteriose diedero adito al diffondersi di voci che attribuivano ai dotti ogni sorta di miracolo e prodigio, anche se, naturalmente, non tutti gli studiosi avevano poteri o interessi di natura magica. Al filosofo e alchimista tedesco Alberto Magno, per esempio, venne attribuita la "creazione" di una sorta di omuncolo, una specie di nano di fattezze umanoidi che fungeva da aiutante e poteva camminare, pensare e obbedire.
 Sfortunatamente per s e per il suo creatore, l'omuncolo era in grado di parlare e, stando alla leggenda, borbottava ininterrottamente: nulla riusciva a farlo tacere.
Inoltre, la causa del suo continuo borbottio era indicibilmente noiosa, tanto che l'allievo prediletto di Alberto Magno, Tommaso d'Aquino, in un accesso di rabbia lo distrusse in mille pezzi.
Il racconto appare alquanto inverosimile: entrambi i personaggi chiamati in causa erano uomini di altissimo intelletto e di religiosit irreprensibile (entrambi furono poi canonizzati) e certamente nessuno dei due avrebbe osato blandire le creature con cui trafficavano molti maghi.
La preparazione di questi ultimi si estendeva ben al di l delle scienze e delle arti convenzionali di quel tempo: a un certo punto dei loro studi, molti di loro sparivano per lunghi periodi di tempo, quando ritornavano erano sparuti, macilenti, scuri in volto e, si diceva, accompagnati da assistenti dalle unghie lunghissime, non sempre visibili, che obbedivano a ogni loro comando. Chi avesse avuto contatti con questi maghi parlava di una "Scuola Nera", dove erano insegnate le arti magiche e, sebbene nessuno sapesse con precisione dove fosse, la si collocava in una citt della Spagna moresca, Toledo o Salamanca.
Era situata in una buia caverna nel sottosuolo, senza alcuna apertura che lasciasse filtrare la luce; ma i suoi libri di sapienza, i cui incantesimi permettevano ai maghi di assistere ad avvenimenti che si svolgevano molto lontano, di attraversare enormi distanze in un batter d'occhio o di evocare i demoni, erano scritti in lettere di fuoco che non avevano bisogno di alcun'altra luce per essere decifrati.
Durante tutto il tempo del loro tirocinio, cinque o sette anni, gli aspiranti maghi non si avventuravano mai all'esterno della Scuola Nera e non vedevano mai il loro maestro, anche se ognuno di loro sapeva chi fosse, perch tutti avevano dovuto sottostare ad alcuni patti per essere ammessi. Il maestro era infatti Satana in persona, e le condizioni che i maghi dovevano accettare erano che, al termine degli studi, un membro di ogni classe, in genere l'ultimo che lasciava la caverna, diventasse preda di Satana.
Scherzare col fuoco dell'inferno era chiaramente un gioco molto pericoloso, ma poteva anche accadere che, qualche volta, il diavolo mancasse la sua preda; cos capit al mago
islandese Soemundur il Saggio, il quale era stato effettivamente l'ultimo della sua
classe a lasciare la caverna, ma riusc a sopravvivere e raccontare la storia perch Satana artigli la sua ombra invece del suo corpo.
Da allora Soemundur segu un destino solitario, bench avesse raggiunto la padronanza delle arti magiche. Satana stava per solo prendendo tempo: intorno al letto di morte del mago, i demoni sciamavano come mosche, in attesa di ghermire la sua anima.
Apparentemente, anche la natura delle arti che si apprendevano alla Scuola Nera aveva una comune matrice per tutti: un mago contemporaneo di Roger Bacon, lo scozzese Michael Scot, era tornato dalla Spagna con uno stuolo di servi demoniaci e un grosso volume, Il firo del potere, che conteneva gli incantesimi necessari per trattare con essi, per liberarli e imprigionarli. Michael Scot incuteva timore e diffidenza nella gente comune: quando mor, fu sepolto con numerose cerimonie, mentre il suo libro del potere fu affisso al muro della chiesa prospiciente la sua tomba; per i secoli che seguirono, nessuno os sfogliarne le pagine o perfino toccarlo, per timore di liberare le creature che erano al comando dei suoi incantesimi.
L'origine di queste paure nasceva dalla comune consapevolezza che Scot avesse stretto un accordo col supremo nemico dell'universo, esponendo se stesso, quelli che lo circondavano e l'ordine della natura a un grave pericolo.
Roger Bacon spiccava come un esempio luminoso tra tutti i maghi, perch molti dei suoi punti di forza gli derivavano proprio dalla fede: era stato s in grado di richiamare dalle tenebre il fantasma di Giuliano l'Apostata, l'imperatore romano del IV secolo che aveva rinunciato alla fede cristiana, per riportare sulla retta via un soldato dalle tendenze ateistiche, ma non si era mai servito per i suoi fini personali di alcun assistente diabolico. Accadde per che, almeno durante una particolare avventura, si trov a dover fronteggiare Satana in persona, anche se fu allo scopo di salvare uno sconosciuto incontrato per strada.
Un giorno, mentre passeggiava per i sentieri di campagna
dell'Oxfordshire, assorto in meditazione, Bacon s'imbatt in un giovane, seduto su un poggio erboso, con la spada posata sulle ginocchia e le lacrime agli occhi. Il frate si ferm per consolarlo, ed ebbe modo di ascoltarne la storia: il ragazzo aveva sperperato tutti i suoi soldi, dissipando la sua eredit e le sue terre nel bere e nel gioco ed era stato costretto a stipulare un contratto con un vecchio che gli aveva proposto un aiuto. La natura dell'accordo era che il vecchio avrebbe regolato tutti i suoi debiti e gli avrebbe garantito l'occorrente per vivere: in cambio, il ragazzo sarebbe rimasto a sua completa disposizione. I debiti erano stati puntualmente pagati e l'uomo era giunto a reclamare il dovuto; solo a quel punto il ragazzo si era reso conto di chi fosse realmente il suo creditore.
Cerc di ottenere almeno un altro giorno di tempo, argomentando di essere stato truffato, ma il giorno volgeva ora al termine e si avvicinava il pagamento finale. Mentre ascoltava il racconto, l'espressione di Bacon si era rabbuiata, ma il frate offr ugualmente il suo aiuto perch si trattava di salvare un'anima dalla perdizione eterna. Rimase con il giovane per tutta quella lunga nottata, poi, nella fredda alba che segu, si diresse con lui per incontrare Satana al margine di un bosco, nella parte nord della contea.
Quando arrivarono al luogo dell'appuntamento era tutto tranquillo. Videro un vecchio, avvolto in un mantello e con un cappuccio nero, che li attendeva; dall'aspetto si sarebbe detto innocuo, a parte il fatto che teneva il viso celato nell'ombra. Quando per sollev la mano e la manica scivol all'indietro, persino Bacon ebbe un sussulto: attaccato alla mano non si scorgeva alcun braccio!
Parlarono subito di affari: il vecchio si appell a Bacon perch facesse da testimone del contratto; esso specificava che "quando tutti i debiti del giovane fossero stati pagati, quest'ultimo sarebbe stato da considerarsi a disposizione del suo creditore e, senza alcun ritardo, avrebbe dovuto sottostare alle richieste dello stesso".
Bacon lesse il contratto una prima volta, poi, pensieroso, lo rilesse ancora. Infine chiese al giovane: "Questa  la tua firma? Eri d'accordo che, non appena i tuoi debiti fossero stati pagati, ti saresti dato al qui presente Satana?".
" cos" rispose il giovane. "Ma all'epoca in cui firmai non sapevo chi fosse il mio creditore".
Bacon replic: "Mi sembra chiaro che i tuoi debiti non sono stati risolti per intero. Non hai ancora pagato il creditore che abbiamo di fronte, e finch quel debito rimarr pendente egli non ha diritto alcuno su di te!".
Con queste parole, il frate si volse in direzione del vecchio, tracciando nell'aria il segno della croce, ma la figura incappucciata era gi svanita nel nulla.
Oltre a Bacon, non esitavano a rivolgersi abitualmente ai demoni che richiamavano con la forza degli incantesimi. Prova ne  la moltitudine di formule di scongiuro presenti all'interno dei grimoires, libri di istruzione magica, di cui il pi famoso  il gi citato La chiave di Salomone.
Le formule provenivano da diverse fonti antiche e potevano perci variare considerevolmente tra loro.
Le norme fondamentali di comportamento per, erano le stesse: per richiamare un demone, il mago tracciava intorno a s un cerchio, generalmente di nove piedi di diametro, che poteva essere disegnato col carbone sul pavimento o tracciato sul terreno con una spada o un coltello cerimoniale chiamato armante. All'interno del cerchio potevano essere disegnati altri cerchi pi piccoli, oppure dei pentacoli, stelle a cinque punte spesso scritte con caratteri in greco ed ebraico; esse simboleggiavano i diversi nomi di Dio e altre parole che avevano funzione di protezione. La caratteristica fondamentale era che il cerchio restasse intatto, divenendo cos un potente simbolo di eternit, in quanto non aveva inizio n fine. Il cerchio diveniva il tutto, lo specchio dell'universo e, al suo interno, l'ispirazione del mago cresceva d'intensit, protetta dalla circonferenza del cerchio contro le forze del male che richiamava. Fintanto che rimaneva all'interno del cerchio, il mago era sufficientemente al sicuro per pronunciare le parole dell'incantesimo che evocava le creature di Satana.
Una formula particolarmente curiosa cominciava con queste parole: 'Soga Bi Caca achabe / Lamac calti acliaae, e doveva essere pronunciata per nove volte. In altri casi, i demoni venivano invocati nel nome stesso di Dio, incitati dai maghi a presentarsi "visibilmente e senza indugio, in una bella forma umana, non terrificante".
Spesso i demoni venivano invocati per realizzare particolari scopi, ma il motivo pi ricorrente era di stipulare con Satana un contratto diabolico. Uno dei primi fu quello di un monaco del VI secolo di nome Theophilus, che baratt l'anima in cambio di una carica ecclesiastica.
Un mago poteva ottenere molto pi di una qualsiasi, bench alta, carica: in cambio dell'anima poteva realizzare l'assoluto dominio sulla natura per il resto della sua vita. Scegliendo di servire le forze del male, rinnegando tutto ci che fosse buono e positivo nell'ordine dell'universo, dal pi piccolo fiore alle pi grandi costellazioni planetarie, poteva garantirsi la soddisfazione di qualsiasi desiderio. Il Principe delle Tenebre teneva sempre fede ai patti; inoltre, poich aveva a disposizione l'eternit, poteva tranquillamente permettersi di attendere l'inevitabile fine di un'effimera vita umana, per poter straziare in eterno l'anima a lui promessa.
Forse nessun'altra storia  pi esemplare di quella del Dottor Faust, un mago che visse in Germania alcuni anni dopo Bacon.
Alcuni secoli dopo la sua morte, fu trasformato in una specie di eroe, ma i primi racconti sulla sua vita ci offrono dell'uomo una versione ben diversa.
La storia ebbe inizio a Wittemberg, un'antica citt universitaria tedesca, sulle rive del fiume Elba, dove il giovane Faust era stato mandato dalla famiglia a compiere gli studi di teologia. Durante quegli anni si distinse come uno studente dall'eccezionale e brillante intelletto, al punto tale che i rettori dell'universit lo dichiararono all'unanimit dottore in teologia. L'ironia che a loro era sfuggita consisteva nel fatto che, fin dall'inizio, il giovane si era immerso nello studio approfondito degli incantesimi e delle arti negromantiche per richiamare i morti e interrogarli sull'aldil. Il suo intelletto inquieto e insaziabile trovava la dieta ecclesiastica piuttosto insipida, e nel corso dei decenni che seguirono Faust divenne ossessionato dall'idea di acquisire il controllo delle arti magiche. Arriv, con sollievo degli altri studiosi, a rinunciare al dottorato in teologia e prese a condurre una vita dissipata, di continue orge e gozzoviglie, di cui presto il suo corpo cominci a risentire: la barba precocemente incanutita, la pelle cascante, le mani tremolanti.
Inevitabilmente, cominci a sviluppare un desiderio smodato per emozioni e sensazioni che la cittadina di Wittemberg non poteva offrire.
Una notte, Faust lasci le strette vie tortuose e gli aguzzi tetti spioventi della citt e si diresse, egli soltanto, nelle profondit di un bosco; quando giunse a un crocevia (il potere dei luoghi di transizione non era stato dimenticato), tracci un cerchio nella polvere, poi, stando all'interno del cerchio, ne disegn altri, in cui inscrisse alcune lettere segrete.
Poco prima delle nove di sera cominci a recitare le sue invocazioni, chiamando un principe degli inferi di nome Mefistofele.
Fece una pausa e ud in lontananza le campane della citt che echeggiavano, gelide come il ghiaccio sul corpo di un morto, di colle in colle, scandendo l'ora.
All'improvviso, s'alz un vento talmente forte da piegare i tronchi degli alberi e ruggire con violenza inaudita tra i rami sconvolti.
S'ud il rombo del tuono e Faust intravide guizzi accecanti di fulmini, ma la pioggia non venne e, piano piano, i rumori si attutirono.
Faust riprese la sua cantilena, dal nulla nel cielo emerse un drago che s'avvolse in spire di fuoco tra le stelle, e una cavernosa voce tuon nel vuoto il suo nome, Dalle profondit del bosco gemeva il lamento di un gufo, e fu come se gli alberi stessi levassero alto nella notte un canto funebre. Poi un globo di fuoco incendi l'aria intorno al cerchio tracciato nella polvere.
Faust grid: "Mefistofele!". A quella parola il globo di fuoco s'apr in due sprizzando deboli fiamme che subito s'estinsero, liberando un uomo di mezz'et dall'aria placida, abbigliato con la tonaca da frate, che si rivolse a Faust dicendo "Vuoi uscire dal cerchio, Faust?".
Pronunci quelle parole con uno sgradevole sibilo. Faust rifiut, e ud un sospiro di rassegnazione, e vide che il frate riprendeva a parlare: "Allora, qual  la tua richiesta?".
"Che tu venga, senza farmi alcun male presso le mie stanze a mezzanotte, perch desidero stringere un patto con te".
"Lo far" concluse il frate, e Faust si ritrov di nuovo solo, con un terrore da ubriaco.
Si diresse verso la citt che dormiva e attravers le strade deserte verso casa in attesa dell'arrivo di Mefistofele. Fu un'attesa breve, ma carica d'inquietudine: gli sembrava che ci fosse qualcosa di strano nelle stanze, come se qualcuno lo osservasse attraverso i muri; per quanto si sforzasse di guardarsi attorno, per non vedeva nulla di anormale.
Si sedette alla scrivania e gli parve di
sentire dei fruscii e un rumore, proprio all'ingresso della stanza. Volgendo lo sguardo in quella direzione, vide solo il vano vuoto della porta. I minuti di quell'attesa furono un presagio di quello che sarebbe stato il suo futuro. Faust non sarebbe mai pi stato solo. Allo scoccare della mezzanotte, Mefistofele fece la sua comparsa senza alcun preavviso, non pi vestito da frate, ma riccamente abbigliato, come un giullare di corte, e ingioiellato come un sultano. Mentre Faust parlava, continu ad aggirarsi irrequieto per la stanza.
Dovettero incontrarsi ancora due volte prima che Faust si decidesse a prendere in mano la penna. "Ora io, dottor Faust, ho consegnato al principe infernale e al suo messaggero Mefistofele, sia il corpo che l'anima" scrisse "alla condizione che essi mi istruiscano e soddisfino ogni mio desiderio. Il contratto scadr fra ventiquattro anni", e Faust verg la firma con il suo sangue, a suggello del diadico patto.
Quando ebbe firmato, Faust esclam: Ora iniziano i miei piaceri!".
Rispose tranquillo Mefistofele: "Oh s, davvero, mio caro Faust!".
 Faust aveva ottenuto i massimi poteri a cui un mago poteva aspirare e avrebbe lotuto utilizzarli per realizzare grandi cose; tuttavia, il resoconto dei suoi ventiquattro anni non riporta altro che una vita trascorsa nell'ubriachezza e nelle spacconate, nella menzogna e nella sfrenata lussuria.
Sulla natura dell'aiuto soprannaturale che riceveva non ci poteva essere alcun dubbio: il suo aspetto fisico mut decisamente per il meglio e ci, si disse, fu perch Mefistofele l'aveva condotto nell'antro di una strega, dove la donna, assistita da scimmie e gatti parlanti, gli aveva preparato una potentissima pozione, in grado di farlo ritornare giovane.
Faust prese ad accompagnarsi con una donna bellissima, forse la pi bella del mondo, e aveva come compagno e servitore uno spaniel nero, dotato di poteri ben pi vasti di quelli di un cane ordinario: quando Faust gli ordinava di procurare cibo, bevande o compagnie femminili per i suoi amici, gli ordini erano eseguiti all'istante.
Ci fu anche un'occasione, comment Faust con dovizia di particolari lascivi, in cui il cane gli consent di assistere a un'orgia, nel corso di un sabba di streghe sulle montagne di Hartz.
Per la maggior parte del tempo, Faust eccelleva nell'escogitare scherzi particolarmente meschini e malvagi. Quando un prete si rifiut di concedergli da bere, escogit come vendetta un regalo: una lozione che toglieva i peli e sollevava dalla necessit di radersi ogni giorno; ma, come il prete ebbe purtroppo modo di constatare personalmente, oltre ai peli la lozione levava anche la pelle!
A Innsbruck, fece crescere sul capo di un innocuo cavaliere le corna del marito tradito, e quando questi lo insegu per i campi fuori della citt, trasform i cespugli in moschettieri a cavallo, che distolsero quell'infelice da qualsiasi desiderio di vendetta.
Stanco delle pagliacciate di un gruppo di studenti in compagnia dei quali faceva baldoria, fece creare da Mefistofele l'illusione che si trovassero in un vigneto e i giovani, nel tentativo di afferrare alcune brocche di vino, si picchiarono a sangue.
Alla vigilia del giorno finale, Faust lasci la sua casa di Wittemberg e cerc rifugio, accompagnato da amici, in una piccola locanda del villaggio di Rimlich. Gli amici raccontarono in seguito di aver trascorso la serata bevendo, mentre Faust piangeva tutti i suoi peccati. La compagnia si ritir infine per la notte, lasciando Faust completamente solo.
A mezzanotte, s'alz un vento fortissimo, che soffiava in continuazione, facendo sbattere i rami degli alberi contro le Finestre e stridere le porte sui cardini. Poi si sent sbattere con grande violenza il portone al pianterreno e il vento s'insinu sibilando su per le scale e lungo i corridoi, fuori dalle camere.
Tutti sentirono lo schianto della porta dove si era barricato Faust, seguito, lungo il corridoio, dal risuonare di un urlo soffocato e poi da un altro: un ululato cos terrificante da farli tutti balzare su nei loro letti. Poi, pi nulla.
Il vento cess all'improvviso e il resto della notte trascorse nella pace assoluta. Di tutta la compagnia, nessuno dorm, e nessuno lasci la sua stanza fino all'alba, quando si riunirono tutti sul corridoio e insieme si diressero alla camera di Faust.
Il primo a entrare sbianc in volto e torn immediatamente indietro: la stanza sembrava un mattatoio, il sangue imbrattava le pareti ed era spruzzato Fino al soffitto, una massa grigiastra aderiva mollemente a una parete - il cervello del cranio fracassato di Faust. In un angolo, un occhio divelto guardava ostinatamente all'ins.
Il resto del corpo, dilaniato da morsi, unghiate e orrendamente deformato, fu ritrovato nel cortile delle stalle sottostante, gettato su un mucchio di letame.
Per decenni a seguire e finch non venne demolita, nessuno volle abitare nella casa di Faust a Wittemberg: era troppo buia, fredda e silenziosa, e coloro che passavano di notte sotto le sue finestre giuravano di aver visto una faccia sbiancata, con un occhio solo, che li fissava da una finestra del piano superiore.
La morte di Faust fu senza dubbio atroce, ma non fu l'unica.
Una di queste, avvenuta anni prima, aveva toccato direttamente anche Roger Bacon, e lo aveva sicuramente toccato in modo tale da fargli maturare la particolare scelta che egli fece al termine della sua lunga vita.
Bacon aveva come occasionale compagno di viaggio un frate di nome Bungay, anch'egli mago, bench meno sapiente. Da anni, Bungay aveva in corso una contesa con uno stregone di nome Vandermast, che fino ad allora non aveva comportato niente di pi pericoloso di gare per evocare gli spiriti e bagni forzati nei fiumi.
Poco tempo prima, per, Bungay aveva giocato a Vandermast un tiro particolarmente mancino, facendolo cadere in uno stagno mentre quello stava amoreggiando.
Dopo l'episodio, le cose si erano fatte sempre pi serie, fino a che una notte, i due, soli, si erano sfidati a una battaglia contro i demoni. Erano stati ritrovati la mattina dopo, i corpi senza vita, carbonizzati, accanto ai resti fumanti di due cerchi magici.
Nello stesso periodo, due giovani studenti si recarono nelle stanze di Bacon a Dexford con una semplice richiesta: volevano sapere come stavano i loro rispettivi padri.
Bacon possedeva uno specchio magico, probabilmente di berillo, la pietra pi comunemente usata a quello scopo, che gli consentiva di vedere fatti che si svolgevano anche a pi di cinquanta miglia di distanza.
Dal momento che conosceva sia i genitori che i ragazzi, ed essendo di natura generoso, acconsent.
And a ripescare lo specchio dal luogo dove era normalmente nascosto e lo solev per i ragazzi; questi fecero il nome dei loro padri e la superficie dello specolo, dapprima azzurra e nebulosa, si fece sempre pi chiara fino a rivelare l'immagine di due uomini che, sebbene rimpiccioliti in lontananza, erano innegabilmente le persone in questione.
I ragazzi rimasero come paralizzati nell'assistere, un attimo dopo, alle due figure che levavano i pugni una contro l'altra. Subito dopo, uno dei due uomini sfoder la spada e, senza cerimonie, atterr l'altro. Bacon si affrett a ricoprire lo specchio e fece per parlare, ma il danno era stato fatto: un figlio reclamava vendetta, l'altro giustificava il padre, sebbene nessuno sapesse l'origine dell'alterco mortale. In breve, si videro balenare le lame dei coltelli e, in un attimo, i due ragazzi giacevano feriti a morte sul pavimento dello studio di Roger Bacon.
Dopo quest'episodio, Bacon cambi. Si ritir nelle sue stanze e non vi fece entrare pi nessuno, a parte il messaggero che gli rec la notizia della morte di frate Bungay.
Usc dopo giorni, col viso tirato e pallido. Aveva deciso di rinunciare per sempre alla magia, sostenendo che si trattava di una conoscenza impossibile per i comuni mortali, che portava con s un carico troppo alto di morte. Era un peso divenuto per lui insopportabile.
Egli stesso ripul le sue stanze dal materiale che vi si era accumulato nel corso dei decenni; gli oggetti pi utili, come i suoi prismi e gli specchi, i suoi strumenti astronomici, li regal ai pi bisognosi tra i suoi studenti. Volle invece che i libri di magia fossero bruciati; lui stesso fece un fal con il suo La chiave di Salomone, con l'araba Picatrix con il Canone di Avicenna e con altri tomi.
Gettate nelle fiamme, le pagine s'arricciavano e s'annerivano, l'oro scorreva come lacrime, i bei diagrammi disegnati si scrostavano e scoppiettavano e tutte le lettere volavano in alto, in una colonna di fumo.
Una cronaca del tempo riporta mestamente: "In quel fuoco, and perduta la pi grande sapienza del mondo". Infine, disfattosi dei suoi strumenti magici, l'anziano frate si ritir in una cella da eremita, ricavata nel muro di una chiesa, dove mor due anni pi tardi e dove fu sepolto dai suoi confratelli.
Bacon non fu l'ultimo dei maghi: molti
altri seguirono, e con essi le streghe. Egli
per, in mezzo a tanti avventati che osarono
alterare l'ordine dell'universo, fu
senza dubbio il migliore, il pi buono, e
fu questa la ragione che le imprese, testimoni
della sua maestria, sono state ricordate
con affetto nei secoli, molto tempo
dopo la sua scomparsa.
In epoche antiche, i cieli erano carichi di presagi e messaggi e, la notte, gli astrologi fissavano lo sguardo sul firmamento tempestato di stelle alla ricerca, nell'ordinato e quieto succedersi dei corpi celesti, della comprensione del passato, del presente e del futuro. Gli studiosi descrivevano l'universo come una fascia di costellazioni, una cintura che avvolgeva la Terra e formava i dodici segni dello Zodiaco. Il Sole, la Luna e gli altri cinque pianeti pi vicini alla Terra viaggiavano attraverso questa rete di stelle che lentamente roteavano, divenendo guardiani e signori delle costellazioni che attraversavano. Gli astronomi studiavano le relative posizioni dei corpi all'interno di questa suprema danza cosmica, cercando corrispondenze che dessero loro indicazioni sullo svolgersi della vita quotidiana.


TUTTO IL POTERE DEL CIELO.

Sicuramente era il Sole, incontrastato flagello dell'inverno e fonte di luce e vita, il pi grande e certamente il pi importante di tutti i corpi celesti, lampada gloriosa del cielo e suo indiscusso re. In modo appropriato, dominava quella parte del firmamento segnata dalla costellazione del Leone, modello regale di dignit, magnanimit e creativit. Tutti i pianeti e le costellazioni erano sottoposte al dominio incontrastato del Sole, poich il suo percorso annuale, l'eclittica, passava esattamente per il centro della cintura zodiacale. La vita dipendeva sempre dal Sole, come pura forza e salute dell'uomo.
Dopo il Sole, veniva subito la Luna, la regina, simbolo del principio femminile complementare a quello maschile, comprensiva, istintiva, cos sensibile e dolce da sembrare quasi dissolversi in qualunque cosa sfiorasse. La Luna governava la costellazione del Cancro, il granchio, un segno d'acqua alquanto mutevole; proprio come il Sole, la Luna influenzava tutti i segni zodiacali. Era associata al sentimento, al parto, alla maternit, alla casa - sede degli affetti - e alla famiglia; soprattutto, la Luna era signora dei flussi che ritmicamente alteravano le correnti oceaniche, come anche tutti i sentimenti umani.
Ogni pianeta governava due costellazioni o segni dello Zodiaco. Il guerriero Marte l'Ariete e lo Scorpione, poich possedeva il coraggio del primo e la velenosit del secondo; decideva inoltre le sorti dei soldati in guerra. Mercurio era il pi veloce dei pianeti e governava in modo molto pacifico sul segno dei Gemelli, intelligente e versatile, e sulla modesta, e sempre diligente Vergine. Mercurio aveva pure influenza sui viaggi, le arti, il commercio, l'agricoltura.
Saturno, il pi lontano dei pianeti, era foriero di disastri e di morti violente, e indicava sfortune e sconfitte. Sia il risoluto segno del Capricorno che quello del sempre eccentrico Acquario erano sotto la sua influenza, generatrice di disordine e caos. Opposto a Saturno c'era l'enorme pianeta Giove, espansivo, paternalistico, ottimista, protettivo; questo pianeta controllava i segni dei Pesci e del Sagittario, rispettivamente simbolo di tolleranza e di giustizia. Venere dominava invece il segno della Bilancia e quello del costante e possessivo Toro. Venere garantiva armonia, accordo e fecondit e univa i due sessi nei rapporti d'amore, come anche in tutti i rapporti sociali.
Alcuni osservatori ritenevano che i cieli si rispecchiassero non solo nel corpo nella sua interezza, ma anche, e particolarmente, nelle mani e sulla fronte. Le linee della mano, le rughe della fronte e persino i ni del viso, rappresentavano "le stelle dei nostri corpi". Si pensava che ciascun dito della mano fosse posto sotto l'influenza di un pianeta e di tre segni zodiacali. Il palmo della mano era suddiviso tra i pianeti e solcato da linee planetarie che governavano la fortuna, l'intuizione e la salute. Pi una linea era lunga, diritta e continua, pi era forte l'influenza dei pianeti e dei segni sulla persona. La stessa regola si applicava esattamente alla fronte, divisa in sette zone, governate dai sette corpi celesti, e a tutto il viso che, fronte inclusa, era sede dell'influsso zodiacale. In questo modo, una ruga in una particolare zona planetaria, oppure un neo all'interno della sfera di un segno, andavano interpretati, poich avevano un loro preciso significato.

I Tarocchi Carte Rivelatrici.

Da un mazzo di carte altamente evocativo, i Tarocchi, i
maghi eruditi traevano i segni per predire il futuro. I
Tarocchi venivano consultati per trattare dei sogni, delle speranze e delle paure degli uomini. In primo luogo,
l'interrogante mischiava il mazzo, poi il mago disponeva le
carte secondo determinati schemi e rifletteva sul loro
significato simbolico. Se interpretate sapientemente, le carte sapevano predire qualsiasi avvenimento, dall'abbondanza del raccolto ai movimenti di eserciti lontani. La maggior parte dei Tarocchi era composta di settantotto carte: ventidue "trionfi" nell'Arcana Maggiore e cinquantasei carte con figure e numeri nell'Arcana Minore. Molti di coloro che si dedicavano alla lettura dei Tarocchi utilizzavano poco o addirittura per niente l'Arcana Minore, preferendo concentrarsi invece sulle carte dell'Arcana Maggiore. Le carte fornivano una base di partenza da cui sviluppare intuizioni, erano un supporto alle capacit del mago e certo non sostituivano i suoi intrinseci poteri di visione e intuito. Tuttavia, ogni carta aveva un suo significato sostanziale, spesso strettamente associato all'immagine allegorica che rappresentava. Il Matto, per esempio, era generalmente raffigurato come un giovane che porta il bastone del viaggiatore, e poteva indicare iniziativa o indecisione, ma, in qualsiasi caso, era presagio di una scelta fatidica. Lo stesso valeva per le altre carte, come L'Eremita e L'Appeso. Ognuna di esse aggiungeva significato al disegno complessivo e, a sua volta, ciascuna era condizionata dalle carte cui era unita.
I tarocchi potevano venire disposti in diversi tipi di ordine. A volte le carte seguivano il segno di un cerchio o di un rettangolo o anche quello di una
stella a sei punte, formate da due triangoli, uno dei quali rovesciati e sovrapposto all'altro. Lo schema che vediamo in questa pagina  quello della stella,
disposto per uno studente tedesco che stava considerando di abbandonare gli studi universitari. In questo schema, la parte superiore del triangolo indicava
la posizione delle carte che avrebbero rilevato il passato, presente e futuro dello studente, e furono le prime ad essere esaminate. La carta alla sommit
del triangolo  L'Eremita, a significare la natura solitaria del passato del giovane-muovendosi in senso orario, il lettore aveva posto una carta nell'angolo
di destra alla base del
triangolo. Era la carta dell'Appeso, un giovane che penzola dalla forca, simbolo di una condizione di attesa, sospensione, che effettivamente era quella dello studente a quel momento. La terza carta, nell'angolo di sinistra della base del triangolo, un fanciullo alato che regge una testa umana,  la carta del Sole e suggerisce un'imminente gratificazione. Nella parte pi in basso del triangolo c'erano le carte che indicavano le varie
influenze sul destino del giovane: la prima, di significato ambiguo, era La Ruota Della Fortuna, ma nulla lasciava supporre se questa fosse nemica o alleata. Le carte successive erano pi chiare: la Morte, raffigurata da uno scheletro sorridente, presupponeva che la sua vita sarebbe presto cambiata. Di fronte alla Morte era la carta della Forza, che, in quella posizione, significava opposizione a ogni cambiamento. La settima carta decisiva era al centro dello schema e rappresentava Il Mago, contornato dai misteriosi simboli della sua arte, significante il dominio su uomini e
natura. Con lo spiegarsi dell'ultima carta. Il passato, presente e futuro dello studente erano aperti davanti a lui, ma solo l'interpretazione del lettore avrebbe svelato
il senso nascosto dalle belle decorazioni dorate. L'interpretazione fu questa. A causa della forte opposizione della carta della Morte - la carta del
cambiamento - la vita dello studente sarebbe continuata allo stesso modo per qualche tempo, ma il cambiamento avrebbe alla fine prevalso e lo studente sarebbe
diventato un grande mago. Cos accadde. Quello studente era il dotor Faust. 

Gli indovini del lontano nord.
Quando la gente parlava di magia, volgeva istintivamente il pensiero alle terre della Lapponia e dell'Islanda, dove il sole splendeva a mezzanotte e la magia non era un'attivit oscura, ma quasi un fatto normale - "la mania del Nord", com'era chiamata tra i viaggiatori. Gli stessi svedesi, anch'essi dei nordici, si facevano meraviglia delle pratiche dei loro vicini alla sommit della Terra. Stando alle parole dell'arcivescovo svedese Olaf Magnussen, nessuno degli abitanti del nord, dai sovrani alle persone qualunque, avrebbe intrapreso qualsiasi attivit senza prima consultare gli aruspici sul futuro, di cui i maghi erano dei veri esperti.
 Traevano indizi dai balzi dei conigli e delle renne, dal salto del pesce nell'acqua e dalle migrazioni annuali degli uccelli, come anche dalle stelle cadenti nelle lunghe notti invernali, dal risuonare del vento nelle montagne e dalle fumose esalazioni dei vulcani. L'influenza pi grande l'avevano sui gelidi oceani che li circondavano: Magnussen rifer di un mago che obblig un osso di balena a trasportarlo sui mari, guidandolo con la forza di un incantesimo che proveniva dalle sue mani. Comunque fosse, la maggior parte dei maghi teneva particolarmente al controllo dei venti da cui dipendevano, per commerci e conquiste, i navigatori del Nord.
 Questi industriosi stregoni commerciavano con i mercanti in procinto di salpare dalle tempestose coste nordiche delle corde, su cui erano intrecciati dei "nodi del vento". Quando fosse stato sciolto, il primo nodo liberava una leggera brezza, il secondo, un vento impetuoso, il terzo, da usarsi a rischio di grande pericolo, un'autentica tempesta.

Le Schiere della Notte.
Durante le lunghe epoche in cui la gente non aveva altro a disposizione che le candele per allontanare le tenebre, le ore tra il tramonto e l'alba generavano frementi sciami di spiriti. Apparivano del tutto casualmente, come ombre informi o come corpi frettolosamente assemblati, composti da assurde mescolanze di parti rubate ed estranee fra loro, come zoccoli di capra e unghie di gatto, zanne canine e volti umani. Insensatamente perfidi, si accalcavano presso le siepi e raspavano sulle porte delle case e sulle imposte delle finestre, in attesa dell'opportunit di poter pizzicare, graffiare, ma anche di contagiare, mutilare e uccidere. La gente comune li chiamava con vari appellativi: fantasmi, folletti, spiriti
maligni, e ne aveva terrore. Li chiamavano comunemente Demoni e, a volte, Imps. Quest'ultimo termine, derivato originariamente dalla pratica d'innesto delle piante, aveva finito con l'assumere il significato di "Germoglio" o "Frutto", nel senso che i maghi si riferivano a loro come i germogli o le creature di Satana, il Grande Avversario. L'abilit di definire i poteri dei demoni rappresentava un gradino importante nella scala della conoscenza dell'occulto e gli studiosi vi si dedicarono con incredibile alacrit. I pi zelanti sostenevano per esempio che i vari spiriti vaganti sulla terra fossero organizzati in una gerarchia infernale comandata da Satana e suddivisa nel modo classico, in 6 legioni. Ogni legione aveva 66 coorti o divisioni militari; ogni coorte si componeva di 666 compagnie, e ogni compagnia contava 6666 soldati. L'esistenza di questo Esercito delle Tenebre appare piuttosto inverosimile: il numero complessivo dei diavoli in questo sistema sarebbe stato pi di un bilione, una popolazione di gran lunga superiore, per quei tempi, a quella degli abitanti della terra.
C'era poi Orobas, che occupava un posto di rilievo nelle gerarchie infernali e si mostrava a volte in forma umana, a volte equina. Poteva raccontare la verit assoluta sugli avvenimenti della Storia e predire il corso degli eventi futuri. Astaroth, chiamato anche "Granduca degli Inferi", appariva in alcune occasioni come un uomo dai colori cangianti, in altre come l'angelo caduto che era, col viso, un tempo bellissimo, sfigurato, e 1 le splendide ali mozzate. Si diceva che emanasse un fetore talmente pestilenziale che i maghi che lo invocavano avevano cura di portare un anello d'argento, ritenuto protettivo contro il miasma infernale. Astaroth, come Orobas, sapeva svelare i segreti del passato e predire il futuro.
I maghi sapevano richiamare molti altri servitori di Satana: Abracax e Flauros, Behemoth e Belial, Buer e Asmodeus, dei cui poteri prendevano accuratamente nota. Le ricompense per chi sapeva assicurare il loro appoggio erano sicuramente altissime, ma, come i maghi avevano spesso modo di scoprire (per esempio nel caso di Faust e Mefistofele), il
prezzo da pagare lo era altrettanto.


Capitolo Tre.
LA CONGREGAZIONE SPETTRALE.

In una gelida mattina dell'autunno di molti secoli fa, un tranquillo villaggio della campagna inglese divenne teatro di un piccolo e singolare dramma. Ai margini del villaggio c'era un modesto recinto, delimitato da siepi, dove uno dei contadini
teneva durante la notte le sue quattro mucche da latte. Quella mattina, il contadino stava acovacciato a ridosso di una siepe, con la falce stretta tra le ginocchia.
Continu imperturbabilmente ad aspettare in quella posizione, come aveva fatto per tutta la lunga nottata, mentre la gente del villaggio dormiva al sicuro nei letti.
Tra questa gente, ma ancora il contadino non lo aveva identificato, c'era un ladro, che ogni notte rubava il prezioso latte dalle sue mucche, lasciandole inoltre ferite e malconce. 
Una lepre dal lucente mantello color grigio-argento salt nel recinto. Non appena
messo piede nella propriet del contadino, si sedette sulle zampe posteriori e rimase immobile, con gli occhietti splendenti, le lunghe orecchie ritte, senza lasciarsi sfuggire alcun movimento, a eccezione delle narici frementi e dei baffi che vibravano. Il contadino restava sottovento rispetto alla lepre, e questa non lo fiut; lui si limit a osservarla, senza fare alcun gesto.
Accertatasi che tutto fosse tranquillo, la lepre riprese a saltellare a quattro zampe, andando a finire, con aria indifferente, tra gli zoccoli delle mucche, dove si sollev nuovamente, mostrando allo stesso tempo i lunghi denti scintillanti; avida, si protese verso le mammelle di una mucca. Dopo un attimo di pauroso sbigottimento, il contadino scatt dal suo nascondiglio, brandendo la falce come un angelo vendicatore e, mentre la lepre terrorizzata gli schizzava tra i piedi, abbass la lama con un mortale fendente. Al principio pens d'aver sbagliato il colpo, poi avvert il grido selvaggio dell'animale, mentre spariva attraverso la siepe. Sul terreno del recinto aveva lasciato la zampa anteriore, lacerata alla prima articolazione.
Il contadino ripose la falce e calm le sue bestie spaventate, allungando loro una bracciata di paglia, mentre rifletteva sulla faccenda. Quando ebbe finito il suo lavoro, i galli del paese cominciavano a cantare e la luce del mattino splendeva in strisce rosso fuoco a est. Raccolse la zampa della lepre, l'avvolse con cura in un panno e poi, mettendosi la falce in spalla, s'incammin lungo il sentiero polveroso che attraversava il villaggio. La traccia di sangue lasciata nella polvere della strada mostrava chiaramente che la lepre non aveva cercato scampo verso i campi di segale e d'orzo intorno al paese, ma che era fuggita verso il villaggio stesso!
Il contadino segu quella lugubre traccia che si snodava tra le casette e i giardini dei suoi compaesani, tra le tombe del cimitero, oltre il pozzo del villaggio. A quel punto, le macchie di sangue, fattesi gi scure nella polvere, si dirigevano verso una casa ben conosciuta dall'uomo, come da chiunque altro nel paese. Tutto lasciava indicare che la lepre fosse sparita proprio davanti alla porta di casa di una donna del villaggio, la vedova di un contadino come lui.
Il contadino appoggi la falce al muro della casa, attravers la soglia e chiam la donna: non ci fu risposta, ma, da quello che poteva vedere nella poca luce, tutto era in ordine. Quando i suoi occhi si abituarono alla penombra, distinse la donna, che stava lontana, accovacciata in un angolo, dandogli la schiena. La donna borbottava piagnucolando, ed era orribile a sentirsi.
Il contadino la apostrof gentilmente: "Signora...".
Quella si volt di scatto. Il suo viso era pallidissimo e al petto stringeva un fagotto insanguinato. Mostr i denti, farfugliando parole incomprensibili, poi allung verso di lui il braccio che tratteneva il fagotto: le bende caddero, rivelando il moncherino sanguinante del suo braccio destro lacerato alla prima articolazione. L'uomo arretr e distolse lo sguardo da quegli occhi affossati, la sua mano tracci nell'aria il gesto che allontanava le forze del male.

Stregonerie domestiche.
Ovunque fossero le streghe, presto intorno a loro si diffondevano voci e sospetti e molteplici azioni maligne. Un contadino la cui mucca non desse pi latte, per esempio, avrebbe dovuto guardarsi attorno nel vicinato, perch l poteva allignarsi l'autore o meglio, l'autrice, del furto. Un segno infallibile era il manico di un'ascia macchiato di latte, perch spesso le streghe ricorrevano a quel sistema per procurarsi impunemente il prezioso alimento.
 C'erano poi le interferenze sugli agenti atmosferici, ovvero il controllo di piogge e venti, che, si mormorava, avveniva in molti modi: per esempio, una strega avrebbe semplicemente potuto "bollire" una tempesta in un calderone, l'equivalente della preparazione di un pantagruelico stufato. Tuttavia, queste attivit, relativamente semplici e "casalinghe", erano ben lontane dalle pi fosche trame che la gente attribuiva loro: i contadini, in particolare, avendo sentito dei complicati rituali e dei sofisticati incantesimi usati dai maghi per invocare i demoni, ritenevano che anche le streghe ricorressero a questi sistemi per fare appello alle forze dell'occulto.
In teoria, sarebbe stato possibile, ma appare poco probabile che le streghe impiegassero dei rituali molto complessi e arcani, a parte forse un'esigua minoranza: nella maggior parte dei casi, esse erano semplici contadine illetterate, ben lontane dalla profonda erudizione dei dotti maghi.
 
Un servitore dal passo leggero.
La lepre era una naturale alleata delle streghe, a causa delle molteplici similitudini che le accomunavano, sia fisiche che di comportamento. Le lepri sono agili e veloci, capaci di reggersi in piedi sulle zampe posteriori, in un modo che ricorda la postura umana, tendenti a raggrupparsi in vaste adunate, follemente orgiastiche nel periodo dell'accoppiamento, capaci di distruggere senza motivo interi raccolti, ed emettono un grido che non ricorda quello di nessun altro animale. Alcune streghe assumevano, nei loro vagabondaggi, le sembianze della lepre, altre le tenevano come famigli, servitori demoniaci sotto mentite spoglie. Data l'associazione tra questo animale e la magia, non stupisce che, da sempre, la lepre fosse ammantata di superstizioni: una lepre che corresse per le strade di un villaggio annunciava un incendio, la presenza di una lepre bianca in una miniera era presagio di sciagure, mentre, se attraversava il cammino di qualcuno, gli avrebbe portato sfortuna. In mare, poi, la sola parola "lepre" era bandita, tale era il terrore che provocava il potere dell'animale.
 Fatto singolare, il possesso di una zampa di lepre portava fortuna, ma questa credenza trae origine da associazioni pi remote delle presunte implicazioni dell'animale con la magia: essendo molto prolifico, la sua zampa era, da tempi remoti, carica di connotazioni e simboli sessuali.
A quei tempi, la massa del popolo seguiva il ritmico ciclo dell'alternarsi delle stagioni, nei lavori dei campi. La grande maggioranza viveva in piccoli villaggi annidati tra le ampie distese dei campi arati e le grandi macchie delle foreste. La vita degli abitanti dei villaggi ruotava intorno a quella dei loro immediati vicini, soprattutto perch i villaggi erano perlopi isolati: occorrevano ore di cammino, a volte anche giorni, per raggiungere il pi vicino paese e, anche allora, il cammino avveniva per sentieri che si trasformavano in pantani non appena cadevano le prime piogge.
Di conseguenza, la gente non si allontanava mai molto dalle proprie capanne e dai propri campi, dai pozzi del villaggio, dal mulino familiare dalle bianche vele, e dalla fornace fumosa del proprio fabbro. Misuravano le stagioni dell'anno con l'alternarsi dei lavori che garantivano il loro sostentamento: in primavera, avrebbero seminato fagioli, orzo e avena e avrebbero avuto cura dello svezzamento degli agnelli e dei vitelli. L'estate era il momento della tosatura delle pecore; l'autunno era il tempo di raccolto, della
semina di altre piante, e del macello degli animali. Anche il giorno era suddiviso in base alle diverse occupazioni: nella raccolta delle uova e nella mungitura del mattino e della sera; nella ripulitura dei campi dalle erbacce; nella trebbiatura e nel vaglio del grano; nella zangolatura del burro e nella preparazione dei formaggi; nella filatura e tessitura della lana; nella cura della prole. La loro era certamente una vita dura e dal destino incerto; in quei secoli era frequente che carestie ed epidemie decimassero le campagne, e la Morte, sul suo smunto cavallo, non era mai troppo lontana. La vita era appesa al pi sottile dei fili: a volte, un raccolto andato a male o una mucca che non dava pi latte, potevano significare la fame e una malattia consuntiva bastava a trasformare un uomo forte e vigoroso in uno scheletro tremolante, nel giro di poche settimane.
Nessuno era in grado di dire quando una disgrazia si sarebbe manifestata, anche perch, nascoste in mezzo a quella stessa gente, c'erano le streghe "nere", malvagie, eterne nemiche della salute, del benessere, della vita. Alcune di loro discendevano dalle antiche streghe e dai cavalieri della notte di ere primordiali, esseri malvagi, i cui poteri magici erano probabilmente innati. Altre erano quelle che avevano venduto l'anima a Satana in cambio di quegli stessi poteri. Erano in grado di far appassire i raccolti e sottrarre la ricchezza -quello che gli inglesi usavano chiamare foyson, o "bont" - dalla spiga del grano, mandare venti e piogge distruttivi, rubare il latte o renderlo acido e persino impedire alla panna di trasformarsi in burro!
Potevano rendere impotenti gli uomini e provocare l'aborto nelle donne, e con un semplice sguardo causare improvvise paralisi. Odiavano i bambini, prova suprema della continuit della vita: ne erano acerrime nemiche e, si diceva, ne erano anche le divoratrici.
Le attivit nefaste della stregoneria nera si ripetevano in ogni tempo e luogo secondo lo stesso schema: le streghe dell'Europa medievale praticavano le stesse magie di quelle di Roma nell'et classica, e utilizzavano gli stessi metodi. Non meraviglia pertanto che il segno per allontanare il potere malvagio delle streghe fosse ancora quel forte gesto ottenuto con il braccio teso e la mano con le due dita centrali trattenute nel cavo e le due pi esterne protese rigidamente. Esistevano molti altri tipi di protezione per scongiurare i malefici della magia nera. La gente comune si difendeva con rituali, incantesimi e scongiuri derivati dal corpus di tradizioni magiche tramandato di generazione in generazione da persone particolarmente benevole e attente ai bisogni della comunit, definite variamente come "i sapienti", "streghe bianche" o "dottori magici".
La prima regola da seguire consisteva nel condurre una vita regolare e ordinata, che aderisse ai disegni che aiutavano a definire l'ordine dell'universo.
Naturalmente, non ci si attendeva che dei contadini illetterati comprendessero i complessi sistemi cosmici; tuttavia, essi potevano sempre condurre le loro faccende sulla base di alcune pratiche linee di condotta, che da quegli stessi sistemi derivavano. Per esempio, era consigliabile
che gli agnelli venissero concepiti nel giorno di san Michele Arcangelo, il 29 settembre; che fossero nati per la festa della Candelora, il 2 febbraio, e che fossero svezzati per la festa di san Filippo e san Giacomo, il primo di maggio. Allo stesso modo, era raccomandabile che si provvedesse alla semina dell'aglio e dei fagioli nel giorno di san Edmondo Re, il 20 di novembre, mentre era ritenuto di cattivo augurio lavorare nel giorno del 28 dicembre, anniversario della Strage degli innocenti. Di venerd, giorno della crocifissione del Signore, non conveniva arare i campi; era consentita la raccolta delle pietre ma si pensava che, in quel giorno, la terra non dovesse venire "disturbata" dal lavoro umano.
Tutto questo insieme di regole serviva a preservare il complesso ordine esistente e a fare da baluardo contro ogni elemento di disgregazione e disordine.
Specificatamente impiegati contro la magia nera erano poi alcuni oggetti e pratiche di uso quotidiano, dotati di una forte valenza protettiva, come il sale, per esempio. Il sale veniva impiegato per preservare i cibi ed era considerato in generale fonte di salute, poich il suo potere derivava dall'incorruttibilit: per questo motivo, lo si metteva nella culla dei neonati, finch non fossero stati battezzati; i contadini lo versavano in piccoli fori praticati nei loro aratri, perch garantisse sempre campi fertili; i pescatori lo spargevano sulle reti per assicurarsi protezione mentre si trovavano in mare. Un'altra influente forma di protezione veniva dal ferro, in modo particolare dal ferro di cavallo, simbolo del lavoro del fabbro, magnifico forgiatore di metallo.
Dal mondo vegetale provenivano altri
due validi strumenti di protezione: due piante che fiorivano in piena estate, la verbena e l'erba di san Giovanni o "cac-ciadiavoli". Entrambe, appese in casa o portate da chi viaggiava, fungevano, si diceva, da barriera contro il male.
Anche le formule magiche abbondavano: le pi importanti erano quelle che venivano recitate al calar delle tenebre, quando le energie positive del giorno si ritiravano nel riposo e le streghe e altre creature maligne erano libere di aggirarsi indisturbate. Alcune di queste formule, come il noto Paternoster bianco ("Matteo, Marco, Luca e Giovanni, datemi un sonno senza affanni"), erano praticamente indistinguibili dalle vere e proprie preghiere. Altre formule invocavano le forze benefiche a venire in soccorso di chi le pronunciava, in modo molto pi specifico e, anche, aggressivo: tra i molti esempi si pu citare una formula rituale che veniva pronunciata di notte a protezione degli animali domestici. Un contadino, per sollecitare l'aiuto soprannaturale, doveva recarsi presso i propri pascoli e invocare Cristo sulla Croce, aggiungendo: "Che la tua potenza non faccia entrare alcun ladro questa notte". Queste parole erano seguite da una raggelante maledizione, in nome della Divina Trinit, contro coloro che avessero osato penetrare nei luoghi dove veniva espressa. "Che i trasgressori siano inchiodati al suolo" recitava "le loro esistenze rese impotenti e i loro occhi resi ciechi, che siano turbati da dubbi e paure".
Le caratteristiche che sostenevano l'operato delle streghe
"bianche" erano forza di carattere, fede e buona memoria. In genere, si trattava di contadine, persone alquanto ordinarie se paragonate ai maghi eruditi del livello di Roger Bacon e dei suoi colleghi; tuttavia, le migliori fra loro erano estremamente coraggiose e pronte a dar battaglia al male e alle creature della notte in tutte le loro forme, come testimonia questo racconto gallese.
Il racconto inizia con una casa infestata dalla presenza di un demone o di un fantasma; in ogni caso, certamente una presenza maligna  talmente spaventosa che nessuno al mondo avrebbe osato dormire in quella casa, e persino avvicinarvisi. Finalmente, una vecchia saggia, che non derivava la sua fama dall'erudizione bens da doti di coraggio e abilit, fu informata di quello che accadeva. La donna si offr di scacciare quella presenza intentandole battaglia quella stessa notte.
Al tramonto, si diresse verso la casa, portando con s solamente il suo messale e una candela. Chiuse a chiave e si sedette a leggere. Presto la luce del giorno svan, sorse la Luna a cominciare il suo viaggio nel cielo, le ore trascorsero lentamente, nessun rumore giungeva a disturbare la lettrice, se non il fruscio delle pagine, l'occasionale crepitio della candela e il brusio dei topi che zampettavano negli interstizi delle mura.
La donna fin la sua lettura e lev lo sguardo dalle pagine del messale: di fronte a lei, in una zona illuminata dalla luna, c'era una massa informe di ombre, con in cima due occhi che risplendevano della luce vacillante di una fiamma, piena d'odio, di morte e disfacimento. La vecchia fiss impassibile l'apparizione e l'apparizione fiss lei. Poich la donna non le levava lo sguardo di dosso, l'apparizione fu costretta a lanciare la sua sfida: "La tua fede  nella fiammella di quella candela" disse.
"Demone, tu menti!" replic la saggia, e in segno di sfida spense la candela. Poi raddrizz la schiena, fiss i vecchi occhi pieni di saggezza sulle fiammelle che tremolavano nel buio e si prepar alla lunga veglia nell'oscurit.
Il servo degli Inferi, chiunque fosse, non poteva reggere la sfida con la volont, ferma e devota, della donna. Le ombre si dissolsero nell'aria e la vecchia fu lasciata sola in una buia, ma pura, stanza vuota. Al mattino lasci la casa e sbrig le altre sue faccende. Nessun altro spirito invase mai pi quella casa.
Il semplice coraggio e l'abilit delle vecchie potevano andare benissimo per contrastare un avversario, ma prima era di fondamentale importanza sapere chi questo avversario fosse, ed era proprio questo il dilemma nell'affrontare le streghe maligne: erano straordinariamente sfuggenti e vivevano perfettamente amalgamate con il resto della gente comune in esigue comunit e villaggi, tra gente che le conosceva da sempre. A meno che non fossero colte in flagrante, avrebbero potuto nascondere perfettamente la loro natura maligna, ma i superstiziosi sostenevano che erano molti i segnali della loro presenza malefica. La magia nera era un'espressione di intrinseca malvagit, avidit e spirito distruttivo; siccome era opinione comune che l'aspetto delle streghe non fosse che un riflesso della loro anima, spesso le si
associava all'immagine di vecchie brutte, gobbe e scorbutiche, che ogni villaggio poteva annoverare.
Anche il fatto di tenere degli animali in casa che fossero un po' diversi dai soliti animali da cortile, dava luogo a sospetti di stregoneria: le streghe abitualmente assumevano le sembianze di vari animali in modo da poter condurre le loro attivit senza essere notate, mentre quelle che avevano ottenuto i loro poteri da un patto col diavolo erano accompagnate ovunque dai loro "famigli", servi demoniaci in forma di gatti, rospi, serpenti, uccelli e persino ragni oppure api. A quei tempi, una donna anziana, brutta, scontrosa e magari solitaria, che teneva in casa un gatto o un rospo per alleviare la solitudine, poteva incorrere in numerosi pericoli. Quel genere di persone era evitata  persino angariata dai rozzi vicini, spaventati da quell'insieme di caratteristiche;  anche vero, d'altra parte, che molte di queste donne non si facevano scrupolo di vantarsi dei loro supposti poteri, proprio per intimorire quegli stessi vicini con minacce che producevano offerte di cibo e denaro.
Nel contempo, le vere streghe perseguivano i loro interessi con relativa impunit: alcune di loro erano effettivamente donne anziane; altre erano insospettabili floride massaie e persino delle bambine.
Uno sguardo al mondo dei bambini-stregoni pu risultare affascinante, come nel caso del racconto della massaia delle isole Shetland che nel cortile di casa stendeva il bucato e sgridava a voce alta sette gattini soriani che miagolavano ininterrottamente. Erano i suoi figli, a cui aveva insegnato a cambiare aspetto e che non ricordavano pi le parole per annullare la magia. La donna li fece tornare bambini e li sgrid per aver dimenticato la lezione!
In generale, per, le vicende con protagoniste le streghe avevano epiloghi drammatici. Gli irlandesi raccontano a questo proposito una triste storia: narra di un uomo che viveva felice con la moglie e la figlioletta presso Malin More, sulla costa occidentale dell'isola.
Una mattina, come faceva di solito, l'uomo si rec a tagliare torba in una torbiera presso la scogliera, alta sulla baia di Donegan. Come al solito, a mezzogiorno, la moglie gli mand la bambina con una scodella di zuppa fumante, il pranzo.
Quando l'uomo vide la piccola figura che, con passo vivace, si faceva strada verso di lui, ripose i suoi attrezzi e le and incontro con un sorriso. Insieme cercarono un angolino asciutto dove poter sedere e ammirare il mare: trascorsero alcuni minuti tranquilli mentre il padre consumava il suo pasto, quando videro una nave che veloce scivolava sull'acqua verde e azzurra della baia.
"Dove star andando?" esclam la bambina.
Il padre socchiuse gli occhi per un momento e rispose: "Verso Killybegs, direi".
Ci fu una pausa, poi la bambina lo guard e disse dolcemente: "Io posso non farla arrivare l, se solo lo desidero".
Il padre fece una risata indulgente e accese la pipa. Mentre fumava, la bimba prese la scodella del brodo e la sciacqu in una piccola pozza d'acqua. Quando l'ebbe lavata, prese pigramente a spingerla
nell'acqua, tirandola verso il bordo. Si rivolse poi al padre, dicendogli: "Guarda la nave, e vedi cosa ho fatto!".
Invece di dirigersi verso Drumanoo Head, all'imbocco del fiume che portava a Killybegs, la nave stava andando velocemente in direzione della frastagliata scogliera sotto di loro. "Quando sar un po' pi vicina alla scogliera" disse la bambina "rovescer questa scodella che andr a fondo, e lo stesso succeder a quella bella nave laggi". Scosse con una mano la scodella e la nave si inclin su un fianco, nonostante avesse il vento dietro di s. La bambina sorrise al padre, un sorriso segreto. Lui era un buon uomo e le disse semplicemente: "Figlia, lasciala stare". La bimba si strinse nelle spalle, sorrise di nuovo in quel modo misterioso e raccolse con cura la scodella dall'acqua, asciugandola con il grembiule. Intanto, la nave aveva lentamente cambiato direzione e risaliva la costa verso Drumanoo Head.
Dopo un po' il padre finalmente le chiese: "Dove hai imparato a fare queste cose?".
"Oh, la mamma mi sta insegnando la sua arte" rispose la piccola. "L'ho imparato da lei". Prendendo la scodella, si incammin verso la casetta dove vivevano, senza mai voltarsi indietro.
L'uomo perse la felicit e la casa: la moglie che amava e di cui si Fidava e l'adorata figlioletta erano tutte e due in combutta col demonio e lui era ridotto al ruolo di spettatore raggirato e impotente. Era di natura un uomo taciturno, perci non rivolse parola n alla moglie n alla figlia, ma, quella sera, terminato il lavoro, prese i suoi vestiti, qualcosa da mangiare, e se ne and per sempre.

La spia silenziosa.
Tessitore di tele, cospiratore nato, carnefice silenzioso di prede intrappolate con l'inganno, il ragno era abbastanza piccolo da stare, in qualit di famiglio, nel cappuccio di una strega e sussurrarle istruzioni in un orecchio. Si credeva che sognare un ragno fosse presagio di tradimento, vederne uno al mattino portasse sfortuna e ucciderlo richiamasse la pioggia. La sua apparizione durante una cerimonia nuziale portava lo scompiglio tra i partecipanti, perch in quell'occasione era foriero di un'unione infelice. In Svizzera si diceva che i ragni avessero portato la peste e che i suoi neri bubboni fossero causati dal passaggio di quei malvagi insetti, che segretamente viaggiavano di casa in casa, diffondendo il contagio.
Accadeva per di rado che degli estranei, persone innocenti, avessero modo di osservare l'operato delle streghe; la magia nera era infatti un'arte segreta, naturalmente, circolavano molte voci, allo stesso modo in cui si sospettava delle vecchie e dei loro animaletti.
In un villaggio, di cui non  ricordato il nome, i bambini si rifiutavano di passare davanti alla casa di una certa vecchia. Ci era in parte dovuto al fatto che la donna non era molto tenera con i ragazzi, in parte a causa della singolare collezione di animali in porcellana che faceva bella mostra di s alla finestra. Ogni qualvolta un ragazzo del villaggio moriva o scompariva, la collezione si arricchiva di un nuovo pezzo.
Pettegolezzi e terrori notturni di bambini non erano cose da prendere troppo sul serio e le persone dotate di buon senso tendevano a non dare eccessiva importanza alle dicerie. Al contrario, un elemento indicativo si poteva dedurre dalle piante che le streghe comunemente coltivavano; la presenza di alcune di queste, come il velenosissimo solano, il napello, lo stramonio e lo Hyoscyamus rugir, un'altra pianta delle solanacee, dava adito a giustificati sospetti. Tutte queste piante erano estremamente velenose e le streghe indulgevano spesso in pratiche che ne richiedevano l'impiego.
 Occorrerebbe tuttavia specificare che anche le "streghe bianche" coltivavano le medesime piante, bench per scopi diversi: con il succo delle bacche di solano ottenevano delle gocce che le signore alla moda utilizzavano per allargare la pupilla e avere cos uno sguardo pi dolce, da colomba; il napello era conosciuto anche con il nome di "terrore dei lupi": veniva infatti impiegato per avvelenare quei predatori delle greggi. Le altre piante, lo stramonio e le solanacee, spesso crescevano spontanee, come erbacce.
Certo, il fatto di vederle raccolte tutte insieme in un giardino era sempre un presagio sinistro. Allo stesso modo, era molto sospetta la presenza in una casa degli strumenti per praticare la magia delle immagini: questo rituale, conosciuto gi all'epoca degli Assiri, funzionava secondo il noto principio di reazione per simpatia.
Se si fosse preparata una statuetta dotata delle sembianze e, tramite incantesimi, "dell'intima natura" di una persona, qualunque cosa fosse capitata alla statuetta sarebbe capitata anche alla persona che questa raffigurava.
Lo stesso principio animava, per esempio, la magia istintiva della bambina irlandese, che aveva conferito a una semplice scodella "l'essenza" o natura della nave. Gli oggetti pi comuni in questo tipo di magia erano piccole figurine di cera, che venivano sciolte a fuoco o dissolte in acqua per suggerire una lenta consunzione, trafitte con aghi o chiodi per provocare malattie alle varie parti del corpo.
Oltre alla cera, si impiegava l'argilla, il legno e la paglia; poteva inoltre capitar che le figurine fossero intese per scopi totalmente diversi da quelli sin qui menzionati, come nel caso di un'innamorata che cercasse di conquistare l'amore del suo uomo.
Bisogna sempre ricordare che, oltre alle streghe, altri praticavano o tentavano di praticare la magia delle immagini: nell'anno 975, stando a documenti d'origine anglosassone, venne confiscata la propriet di una donna originaria del Morthamptonshire per l'omicidio di un tal "Aelsi, padre di Wulfstan", tramite chiodi conficcati nella statuetta che lo rappresentava. La donna si anneg nel fiume sotto il Ponte di Londra.
Poteva anche accadere che questo tipo di magia venisse impiegato a danno delle stesse streghe. La presenza delle effigi costituiva soprattutto un indizio che qualcuno stava cercando di operare quel tipo di magia, non necessariamente collegata alle azioni malevole della stregoneria e, in effetti, l'unico vero segnale dell'attiva presenza di una strega derivava proprio dalle conseguenze, spesso nefaste, delle sue arti.
Se una nave colava a picco durante un'improvvisa tempesta, se accadevano incidenti misteriosi e inspiegabili, se strane epidemie decimavano i villaggi, se i raccolti avvizzivano nei campi, le mucche non davano pi latte e la panna non si trasformava in burro; allora, naturalmente, la gente si sarebbe guardata intorno, alla ricerca dell'origine del male. Molto spesso, con un sistema o l'altro, gli abitanti dei villaggi riuscivano a scoprire se in mezzo a loro si annidava una strega, oppure a escogitare un mezzo per renderla innocua, se si trattava di una strega che viveva sola in mezzo alla remota campagna o foresta.
Tra le conseguenze pi odiose delle attivit delle streghe, quella forse pi ampiamente riscontrata e documentata consisteva nel furto del latte e nello scompiglio creato nella preparazione del burro, fatti comprensibili se si tiene in considerazione che il buon latte di una mucca spesso valeva pi di ogni altro bene per un contadino e che, spesso, la perdita del latte rappresentava la perdita del sostentamento e della salute per una famiglia.
Per la strega, d'altra parte, il furto del latte significava innanzitutto il piacere di aver realizzato un'azione malefica oltre al facile profitto che avrebbe ottenuto vendendolo al mercato. I sistemi a cui ricorrevano per impossessarsi del latte erano davvero innumerevoli e sorprendenti: alcune si trasformavano in farfalle e in quella guisa svolazzavano fino ai pascoli o
alle stalle, mungendo gli animali in modo pressoch impercettibile. Altre, come la strega menzionata in precedenza, divenivano a questo scopo lepri oppure ricci o gatti. Una strega scozzese delle foreste chiamata Widecomb viaggiava sotto forma di albero!
Lo si vide una notte nelle vicinanze di una stalla, che allungava i suoi lunghi rami verso gli animali e la madre del fattore ricorse all'espediente di gettargli addosso dei carboni ardenti, che lo bruciacchiarono malamente, impedendo cos il furto.
Una strega inglese, di cui non si conosce il villaggio di provenienza, aveva oltre allo spiccato senso dell'umorismo anche una capace borsa di cuoio che
sotto l'impulso di un incantesimo, si muoveva di sua iniziativa e, mattina e sera, al comando della donna, si recava nei pascoli del vicinato e rubava il latte. Alla fine la donna fu colta in flagrante dai contadini del villaggio, i quali le legarono le mani e la condussero via con la borsa dal prete.
Il prete per rifiut di prestare ascolto alle lagnanze degli irati contadini e ordin che la donna fosse slegata e che potesse dimostrare i suoi poteri.
"Benissimo,  quello che far, prete!" disse calma la donna. Mise la sacca per terra davanti a s, poi le sal sopra e, fissandola, recit una formula, di cui non si sono conservate le parole. Quando le ordin: "Borsa, cammina!", la borsa si scosse, si drizz e prese goffamente ma decisamente a trascinarsi gi per la strada. Quando ebbe percorso circa un centinaio di metri, il prete decise d'aver visto abbastanza e fece segno alla strega di fermarla. All'ordine: "Borsa, fermati!", questa si afflosci nuovamente al suolo e l rimase, immobile.
Incuriosito, il prete volle tentare egli stesso quell'incantesimo: si mise sopra la sacca, recit la formula e ordin: "Borsa, cammina!", ma non accadde nulla, la borsa rimase un immobile mucchio di cuoio in mezzo alla strada. Alzando le sopracciglia, il prete si rivolse alla donna con fare interrogativo.
"Be', prete" fece lei per tutta risposta " la mia sacca, e poi io ho fiducia nelle parole che pronuncio e nel potere che rappresentano. Se anche tu avessi la giusta fede, la sacca camminerebbe e ti mungerebbe anche le mucche!
"Ci vuole fede" aggiunse cerimoniosa "per far muovere oggetti inanimati". La donna aveva per dimenticato di specificare quale fosse quel potere che le ispirava tanta fede.
Nessuno avrebbe, a quei tempi,
osato provocare l'ira di una strega: a parte gli effettivi rischi che costui avrebbe comportato, l'incappare nelle sue ire era semplicemente terrificante, come terrificante era la sola idea della magia nera. Le streghe malvagie avevano il potere di cambiare l'ordine della natura, e non lo facevano nel corso di ricerche o studi eruditi, ma per interesse o per pura e semplice, gratuita malignit.
Invidia e malignit erano all'origine del potere del famigerato malocchio: un solo sguardo malevolo sarebbe bastato a far male e persino uccidere un neonato, tanta era la forza della perfidia che allignava nell'animo della strega. Si diceva che, guardando una strega malvagia negli occhi, si sarebbe visto solo del vuoto e nessun riflesso di se stessi nelle pupille.
Per la loro natura maligna e la capacit di trasformarla in altrettante azioni, era pressoch inevitabile che le streghe attirassero l'attenzione di Satana, il Grande Avversario: erano "il grano ideale" per il suo mulino.
I due alleati stringevano il loro patto in modi diversi, sempre associati in qualche modo ai luoghi di passaggio e transizione, di cui non si era mai dimenticato l'arcano potere. In Scozia, per esempio, una donna che volesse unirsi al diavolo doveva recarsi in una notte di luna piena a una spiaggia solitaria, ponendosi tra i segni lasciati dall'alta e bassa marea.
A mezzanotte, l'ora delle streghe, momento supremo del passaggio dal vecchio al nuovo giorno, doveva compiere tre giri in direzione opposta al movimento del Sole, un gesto che rappresentava una sfida deliberata all'ordine cosmico. Poi avrebbe dovuto sedersi, porre una mano sopra la testa e l'altra sotto la pianta dei piedi e recitare per nove volte questa formula: "Prendi tutto quello che si trova tra le mie mani".
La maggior parte delle streghe stringeva le proprie alleanze nel corso di feste diaboliche, conosciute come Sabba, nome derivato dall'imitazione blasfema del Sabbath, giorno festivo dei cristiani, o dall'antico verbo francese s'esattre, "far festa". I sabba si tenevano in luoghi selvaggi e appartati, come il picco Brocken nella catena dei monti Hartz, in
Germania, il "Monte Calvo" nei pressi di Kiev in Russia o il Puy-de-Dome nella regione francese dell'Alvernia, tutti famosi luoghi di convegni satanici. Si svolgevano nelle notti che, da sempre, rappresentavano un momento di passaggio, come la vigilia del primo giorno di maggio e di Ognissanti, o nelle notti che segnavano i solstizi e gli equinozi.
Durante quelle notti, la gente, al riparo nelle proprie case, sentiva le forti raffiche del vento o vedeva sagome nere guizzare sulla superficie argentea della luna, e sapeva che quelle erano streghe in volo verso i loro convegni. Il volo costituiva il tradizionale metodo di viaggio di streghe e aspiranti streghe, che si spalmavano il corpo di potentissimi unguenti, salivano in groppa alle loro cavalcature e sfrecciavano lungo le viuzze dei paesi, fino a innalzarsi sopra le cime dei tetti, superare le guglie delle chiese e i rami pi alti degli alberi.
I famigerati manici di scopa non erano necessariamente il solo veicolo di cui si servivano per volare: usavano anche dei graticci, intelaiature rettangolari fatte di rami usate ordinariamente per recinzioni di fortuna del bestiame, oppure dei comuni rastrelli, forconi e badili.
Alcune streghe possedevano briglie magiche: in Scandinavia, queste briglie si ottenevano dalle ossa e dalla pelle dei cadaveri e si chiamavano gandreid ovvero "briglie di esseri soprannaturali" Se una strega avesse gettato le briglie su un ignaro individuo o animale, queste gli avrebbero dato il potere di volare ovunque e per tutto il tempo che la strega avesse voluto. L'espressione inglese
ridden, letteralmente "cavalcato dalla strega", che indica una persona tormentata ed esausta, pare derivi proprio da questa pratica e serve ancora oggi a definire quelle persone che al mattino hanno l'aria sfinita. Giunte che fossero a destinazione, streghe e aspiranti tali si immergevano in un'orgia sfrenata di canti, balli e bevute, presieduta da Satana stesso.
Il momento centrale che suggellava l'alleanza era l'atto di obbedienza che la strega faceva alle forze del male; ciascuna di loro votava l'anima a Satana e, per concludere il patto, gli offriva il proprio corpo, di cui poteva fare ci che voleva, sotto gli occhi di tutti.
Si trattava sempre e comunque di pure dicerie, perch nessuno aveva mai assistito a un sabba; al massimo, coloro che si fossero avventurati all'aperto alla vigilia dell'estate, avrebbero udito le alte note delle pive e il lontano brontolio dei tamburi. All'arrivo del mattino, quando il mondo cominciava a mettersi in moto, le celebranti dei sabba avevano ripreso il loro aspetto ordinario, in mezzo a tutti gli altri, occupandosi nel modo pi innocente e casuale delle loro abituali faccende. Innocenti non lo erano davvero: ora facevano parte di una congregazione segreta, e un detto dell'isola di Wight sosteneva: "Le streghe si riconoscono sempre fra loro. Si incontrano sul sentiero senza uno sguardo, una parola o un cenno. Mentre si incrociano, ciascuna fa un lieve risolino".
Ora erano anche in grado di avere tutto ci che desideravano e di vendicare ogni possibile torto subito, anche il pi lieve, nella certezza dell'assoluta impunit. Serve di Satana, le streghe avevano a loro volta dei servi, o "famigli", agenti demoniaci, dono degli Inferi. Il gatto che faceva le fusa presso il focolare, il corvo che si crogiolava al sole sul davanzale della finestra, il rospo o il serpente sul fresco impiantito della casetta, la lepre nel giardino e persino il ragno, che tesseva la sua tela di seta, sapevano ascoltare, parlare e obbedire alla volont della strega. I famigli erano abili a spiare le attivit dei vicini, riportando succosi pettegolezzi con cui passare piacevolmente una serata; potevano derubarne gli orti, le stalle e la cantina e arrivare persino a mutilare e uccidere.
Le loro padrone li circondavano di ogni cura, coccolandoli, dando loro i migliori avanzi della tavola e, quando faceva freddo, vestendoli con abiti di velluto. Li proteggevano fieramente e, come la gente di campagna ben sapeva, era pericoloso far del male a un animale. A volte, la reazione a simili atti non era nulla pi di un avvertimento, come spiega questo episodio avvenuto nel Somerset.
In quella contea viveva una donna che aveva per beniamini tre rospi, Duke, Dick e Merryboy. Un pomeriggio d'autunno, con i suoi tre animaletti in un cestino, si era fermata a osservare tre giovani contadini che falciavano un campo, cantando al ritmo delle falci scintillanti.
Uno dei rospi salt fuori dal cesto, andando a finire proprio sul sentiero dov'erano i giovani. Questi, ridendo sotto i baffi, lo fecero a pezzi con la falce sotto gli occhi spaventati della donna.
"Vi scatener contro l'inferno!" url lei "Messuno di voi avr modo di finire la
giornata". Con questa maledizione, si avvi arrancando attraverso il campo, portandosi via i rimanenti rospi al riparo del cestino. Gli uomini ne risero, ma, poco dopo, uno di loro si tagli la mano con la falce cos malamente che dovette smettere di lavorare. Il secondo, con un movimento incauto della falce, si tagli lo stivale, arrivando fino all'alluce; il terzo riusc ad aprire il suo stivale da parte a parte. Infine, snervati, decisero di abbandonare il campo. Proprio come aveva predetto la donna, nessuno di loro fin quella giornata di lavoro.
Quella fu davvero una lezione per i contadini, e facilmente avrebbe potuto essere molto pi pesante.
Nella regione del Lake District viveva una donna il cui gatto era stato ucciso dal cane dell'oste. La vecchia attendeva, rattristata, ma senza versare una lacrima (le streghe non potevano piangere), mentre il garzone dell'oste scavava una fossa per l'animale. Poi chiese al ragazzo, che si chiamava Willan, di leggere alcuni versetti per il gatto da un libro che si era portata, richiesta che provoc la pi sfrenata ilarit del giovane.
Infine, Willan afferr il corpicino e lo gett nella buca, recitando ad alta voce una stupida strofa canzonatoria: "Cenere alla cenere e polvere alla polvere. Questa  una buca e l dovrai finire". La donna non fece che replicare amaramente: "Molto bene, sarai punito per questo, lo vedrai". E, infatti, Willan fu punito: il giorno dopo, mentre arava il campo dell'oste, il vomere dell'aratro si incastr in un sasso, i manici si ribaltarono e finirono diritti negli occhi del giovane, che rimase cieco per sempre.
Questo genere di incidenti si ripeteva
all'infinito e raccontava la stessa storia di avidit e meschina malvagit, di insensate cattiverie e di tremende vendette. Emarginata dall'avversione che provava per gli altri, la strega (fcnduceva una vita arida e spesso violenta, che molte volte trovava la sua fine in modo simile: il vagabondare sotto forma di animale aveva forse dei vantaggi, ma comportava anche notevoli rischi; gli animali erano spesso vittime dei cacciatori, quando non venivano predati da altre creature pi forti di loro. L'asprezza della loro vita e della loro morte era pi che mai esemplare nelle selvagge isole al largo delle coste scozzesi, come nelle stesse Highlands della regione, dove per tutto l'anno i gelidi venti di montagna sferzavano e ruggivano. In questa brulla regione, lo stridio dei chiurli che roteavano alti nel cielo si perdeva nell'infinito e, in autunno, i campanacci degli animali echeggiavano a lungo sulle pendici dei monti. Era un terra che produceva uomini robusti e dall'aria severa, che si distinguevano, anche in quei tempi, per la paura e l'odio implacabile che nutrivano verso le streghe, sentimenti da queste pienamente corrisposti.
Un racconto del tempo narra della vendetta delle streghe delle Highlands su due uomini, loro noti avversari e persecutori. Il primo si chiamava John Macgillichallum, detto in gaelico Iain Garbh o "John il Selvaggio" per via del suo coraggio. Viveva a Raasay, un'isola incuneata tra Skye e la terraferma. Un giorno d'autunno, Macgillichallum e i suoi uomini fecero vela verso l'isola di Lewes, a cinquanta miglia a nord-est, diretti alla caccia al cervo. La mattina era fredda ma chiarissima e luminosa; il cielo, di colore blu-genziana, era attraversato da soffici cumuli di nubi, bianche come neve. Le onde si frangevano dolcemente contro la barca mentre John il Selvaggio faceva vela verso Lewes.
Quella fu l'ultima volta che lo videro vivo: sulla sua scomparsa si dissero molte cose contrastanti, ma nessuno sapeva come fossero andate realmente le cose. Alla bella giornata era seguita una notte di burrasca, che non si era placata neppure il giorno successivo. In quel secondo giorno, la nave fu avvistata da alcuni pescatori sul Point of Aird, nell'isola di Skye, mentre caracollava verso di loro nel mezzo della tempesta: la videro oscillare come ubriaca sui cavalloni e sentirono in lontananza le grida degli uomini a bordo. Quei pochi che in seguito ne vollero parlare aggiunsero che, tra il sibilo del vento, la cortina d'acqua della pioggia e gli spruzzi del mare ribollente, alcuni momenti prima che la nave si rovesciasse e colasse a picco, percepirono un altro, estraneo rumore e videro qualcosa di altrettanto singolare. Quel suono era il gemito rabbioso di decine di gatti, le cui esili sagome indistinte parvero arrampicarsi sui parapetti e sciamare sulla poppa circondando Macgillichallum e i suoi uomini.
Quella stessa notte, il secondo uomo che le streghe odiavano, stava appartato in un capanno da caccia della solitaria foresta di Qaich, nel distretto di Inverness chiamato Badenoch: quest'uomo era chiamato "cacciatore dei monti", forse per l'abilit nella caccia e forse per l'accanimento con cui perseguitava le
streghe di quelle terre. Era seduto con i segugi presso il fuoco scoppiettante, mentre fuori il vento ululava e la pioggia batteva con forza contro la finestra.
All'improvviso, la porta si spalanc e sull'uscio comparve un gatto, dal mantello sporco e fradicio, il magro corpicino tremante. Subito i cani balzarono in piedi, ringhiando, e l'avrebbero senza dubbio ucciso se l'uomo non li avesse richiamati. In seguito, raccont d'averlo fatto perch il gatto parl, chiedendogli un favore che non gli pot negare.
Sosteneva di essere una strega che aveva abiurato le sue arti e cercava rifugio da lui per scampare alla caccia serrata che le davano le sue sorelle. L'uomo port dentro il gatto e lo sistem accanto
al fuoco, mentre rifletteva sul da farsi. Intanto, quello si comportava nel modo pi innocente, come avrebbe fatto un vero gatto: si lecc accuratamente il pelo e non profer parola per un'altra mezz'ora o pi. Poi si sistem accanto al fuoco, trattenendo le zampine sotto il corpo per riscaldarsi, accostando ordinatamente la coda a s; infine cominci a fare le fusa. I cani sussultavano nervosi, ma lasciarono l'animaletto in pace.
L'uomo, confortato dal calore del fuoco e dalle ritmiche fusa del gatto, si appisol. Si udiva la pioggia che continuava insistente a cadere, ma nella stanza regnava la pace. All'improvviso, l'uomo spalanc gli occhi: i cani, col pelo ritto, erano scattati in piedi, ringhiando.
Il gatto era scomparso e al suo posto, accanto al focolare, stava una donna del suo villaggio, dov'era molto benvoluta, e conosciuta col nome di "signora di Laggan". "Cacciatore, sei un ingenuo" disse. "John Macgillichallum  morto oggi. Le mie sorelle dicono che giace a cinque braccia sotto il mare e i pesci stanno gi facendo festa con i suoi occhi.  giunta anche la tua ora". Cos dicendo, la donna gli balz alla gola, brandendo le lunghe unghie incurvate e ansimando tra i denti scoperti, ma i cani furono pi veloci.
La gettarono a terra e i minuti che seguirono furono un caos di sangue che schizzava e di grida bestiali. I cani le avevano squarciato il petto, ma la donna con le unghie aveva lacerato la loro pancia. Poi ci fu silenzio, interrotto solo dai lamenti degli animali feriti e dal battito delle ali di un corvo fuori dalla capanna. La donna era scomparsa e i cani stavano morendo.
Questo fu il racconto che il cacciatore fece alla moglie il giorno seguente, quando ricomparve al villaggio, scuro in volto, portando i cadaveri dei cani. Dalla moglie si sent riferire esattamente ci che si aspettava: la signora di Laggan era stata colta da un improvviso malore la notte precedente e si temeva per la sua vita. Senza dire una parola, l'uomo la lasci e si diresse verso l'abitazione della moribonda, perch c'era ancora una cosa che doveva fare. Raggiunse la casa e trov la porta aperta che lasciava intravedere la camera riscaldata dal fuoco del camino e le meste figure delle donne del villaggio, avvolte nei loro scialli. Si affaccendavano al focolare, riscaldando coperte e preparando infusi d'erbe odorose, con cui speravano di ristorare la salute della vicina. Le donne gli si fecero attorno, intimandogli di far silenzio nella stanza della malata.
Una di loro gli disse: "Ha preso una brutta febbre ed  vecchia e debole", e con quelle parole, voleva congedarlo. L'uomo per la scost e si fece largo verso il letto dove giaceva un'esile figura, che tra le pesanti coltri non formava nemmeno un'increspatura. Il suo viso era bianco come le trecce che lo incorniciavano e teneva gli occhi chiusi. "Come va, serva di Satana?", disse il cacciatore dei monti alla signora di Laggan. La donna non rispose e le vicine si accalcarono rabbiose intorno a lui, proprio come tante galline intorno a un fragile pulcino. L'uomo scost allora le coperte e la camicia e, additando le profonde ferite lasciate dai suoi cani, raccont l'accaduto.
Quando ebbe finito, la donna parl: con voce spezzata raccont la verit sul patto che aveva stretto e sul male che aveva causato. Sentiva sopraggiungere la morte e presagiva con la mente il suono degli zoccoli del suo padrone che veniva a reclamarla. "C' ancora un modo per salvarti". E il cacciatore le spieg in cosa consistesse. Poi, dopo aver fatto il suo dovere, se ne and.
Le donne del villaggio si incamminarono silenziose dietro a lui, lasciando la signora di Laggan a morire da sola.
Il resto della storia fu narrato da due viaggiatori, che quella notte erano diretti a Badenoch attraverso i boschi delle montagne Monadhliath, alcune miglia pi a nord. Il cammino era impervio, la notte fredda e piovosa e i due uomini procedevano a rapidi passi, tenendosi al centro del sentiero. Improvvisamente, uno dei due disse: "Fermati un attimo!". Si fermarono e attraverso il mormorio della pioggia e il brusio degli alberi udirono un lamento soffocato. Poco dopo, dalle ombre del sentiero, usc una donna vestita di nero, l'abito fradicio all'altezza del petto e le bianche trecce chiazzate di sangue. Quando li ebbe raggiunti, la donna esit un momento, scrutandoli in volto, ansimante e tremante di paura.
" questo il sentiero che porta al cimitero di Dalarossie?" chiese.
"S" rispose uno dei due, ed entrambi si voltarono a guardare la donna che, senza un'altra parola, aveva ripreso il cammino, affannandosi con passo dinoccolato e continuando a guardarsi alle spalle. Raggiunse il punto in cui il sentiero oltrepassava una collina e scomparve alla vista, lasciando dietro di s solo il fruscio della pioggia. Innervositi da quella scena, i due si lanciarono un'occhiata e ripresero il cammino, pi veloci che mai. Dopo pochi minuti, si fermarono di nuovo, facendosi da parte sul sentiero: a grandi balzi stavano sopraggiungendo leggeri due neri levrieri dalle lunghe zampe, che annusavano qua e l, seguendo sicuri una traccia fresca. Oltrepassarono i viaggiatori degnandoli appena di uno sguardo e scomparvero a loro volta dietro la collina.
Prima ancora che potessero riprendere il cammino, ecco arrivare un cavaliere incappucciato, su di un cavallo nero, che, approssimandosi, tir le redini. I suoi occhi scintillavano dalle profondit del cappuccio e, intorno a lui, si diffondeva un penetrante odore di bruciato.
" questa la strada per il cimitero di Dalarossie?" chiese con voce melliflua.
"S".
"Poco fa  passata di qui una donna?" "S".
Il cavaliere si volt, toccando leggermente il fianco del cavallo con lo sperone, e li oltrepass veloce. Giunto alla sommit della collina, anch'egli scomparve. A quel punto, i due viaggiatori, esasperati, ripresero il cammino con tutta l'energia che possedevano. Non si scambiavano nemmeno una parola, sinceramente spaventati da tutte quelle preoccupanti apparizioni. Il cimitero di Dalarossie a Strathdearn, da dove provenivano, era famoso: come tutti i cimiteri, era un luogo sicuro per i vivi, ma, per le straordinarie caratteristiche che aveva assunto nel corso dei secoli, rappresentava un rifugio anche per coloro che
erano appena morti. Un'anima appena fuoruscita dal corpo, era al riparo dalle grinfie di Satana nel cimitero di Dalarossie. Trascorsero due ore, e i viaggiatori stavano marciando di buona lena, quando udirono dietro di s gli zoccoli di un cavallo. Non si voltarono, ma il cavaliere aveva tirato le redini e la voce melliflua di prima parl con tono soddisfatto: "Era gi arrivata al cancello.  stato facile, per i cani".
Gettata sulla sella come una
bambola afflosciata, le trecce bianche che strisciavano nel fango, era vestita di nero, la signora di Laggan, dalla schiena spezzata, il corpo insanguinato e dilaniato da essere reso irriconoscibile. I viaggiatori riportarono questi fatti a Badenoch, e chi li sent, comment con sollievo che, se avessero avuto loro il corpo, l'avrebbero dovuto seppellire in profondit, rivolto a faccia in gi, in modo che, se la strega avesse cominciato a scavare per liberarsi, come a volte succedeva, avrebbe scavato pi gi nella terra, non verso l'aria aperta. Il cacciatore dei monti non disse nulla, ma quella notte e tutte le altre della sua vita prest ascolto al vento e alle sagome nere che sfrecciavano davanti alla luna, memore dell'odio che le sorelle della signora di Laggan avevano per lui.
Col passare dei secoli e il sorgere delle citt in luogo degli antichi villaggi, le streghe si ritirarono dal resto dell'umanit: sopravvissero per qualche tempo nelle profondit delle foreste e in altri luoghi selvaggi, dove praticavano i loro riti in solitudine.
Il loro ricordo continu a suscitare le paure della gente per qualche tempo, ma, alla fine, anche i ricordi divennero nulla pi che racconti per spaventare i bambini. Rimase solo qualcuno, amante degli incantesimi, a ricordare i grandi precursori delle streghe: nascosti alla vista degli uomini, ma mai dimenticati, Vainaminen e Manannan, con Merlino, Gwydion, e Math L'Antico, tutti attendevano, spiriti pazienti il cui ritorno sarebbe certamente giunto.

La bionda fanciulla nella torre di pietra.
Questo  uno dei racconti di stregoneria con cui i contadini tedeschi trascorrevano le lunghe serate invernali. Un tempo, in un particolare luogo solitario, un viandante avrebbe potuto vedere serpeggiare per terra una lunghissima treccia dai capelli biondi e, se l'avesse seguita, sarebbe giunto a una torre che non aveva porte d'accesso n scale: solo un'unica, alta finestra in cui la treccia scompariva e da cui echeggiava il suono di una triste melodia. Chiunque fosse stato meno che coraggioso si sarebbe tenuto lontano da quella torre misteriosa, ma ci fu un giovane, un principe, che non si fece intimorire, ammaliato dalla prigioniera, il cui nome era Rapunzel.
 In tedesco, Rapunzel significa "campanula", una pianta dalle belle foglie delicate che fu all'origine della sventura della giovane. Prima della sua nascita, sua madre, gravida, aveva sviluppato un acuto desiderio per la pianta, che tuttavia in quel luogo era quasi una rarit: cresceva solamente nel giardino di una strega, una donna potente, dispettosa e suscettibile, che quasi nessuno vedeva mai o avrebbe mai voluto vedere.
 La campanula del suo giardino era imprigionata al di l di un altissimo muraglione, ma il desiderio della donna era talmente forte da indurre il marito a sfidare l'ira della strega, e, una notte, scal il muro e rub la pianta per la moglie.
Questo ebbe l'effetto di accrescere ancor pi la sua mania - cos che l'uomo fu costretto a visitare ripetutamente il giardino. Una notte, mentre era intento a tagliare i ramoscelli, si sent afferrare il polso da una mano ossuta, dalla presa d'artiglio, e ud la voce della strega: sibilando gli disse che lui e la moglie sarebbero morti se non le avessero offerto un qualche compenso per il danno subito. Alla fine, l'uomo, per aver salva la vita, le promise in cambio il bambino che doveva nascere, che, al momento opportuno, venne prontamente reclamato dalla strega.
Port via la bimba appena nata e le diede il nome della pianta per la quale era stata barattata. Rapunzel era una stupenda bambina e la strega l'amava in modo ossessivo. Col passare degli anni, la bambina crebbe e si trasform in una splendida fanciulla, e la strega la rinchiuse nella torre per averla solo per s; ogni giorno, si recava a visitarla, ordinandole di calare la sua treccia, su cui si sarebbe arrampicata. Rapunzel, non avendo altro genere di compagnia, doveva accontentarsi, ma dentro di s sentiva nascere una malinconia struggente e un desiderio inespresso, che la portavano a cantare come un uccellino in gabbia. Quel triste canto attir il giovane principe, che aveva appena scoperto la torre quando vide sopraggiungere la strega e salire al modo consueto, arrampicandosi sulla treccia calata da Rapunzel. Attese finch non si fosse allontanata, fece la stessa richiesta e la fanciulla obbediente gli gett la lunga treccia. Il giovane torn molte altre volte alla torre e Rapunzel, poco a poco, se ne innamor.
La strega per li scopr e, profondamente ferita, tagli la treccia di Rapunzel e la confin in una regione selvaggia; rivolse poi i suoi artigli contro il giovane. Trascorse un anno: nuovamente sola, in quella terra ino

[NOTA DELLO SCANSIONATORE]
(NEL TESTO CARTACEO IL RACCONTO INSPIEGABILMENTE SI INTERROMPE COME SOPRA.)

Un araldo dalla voce rauca.
Anche il corvo, dalle piume nere come la fuliggine e la voce roca, era un perfetto famiglio per le streghe, molto apprezzato per la sua capacit di volare e spiare tutto ci che avveniva. La gente di campagna temeva questo divoratore di carogne, considerandolo messaggero di morte. Un corvo che svolazzasse fuori dalla finestra o che volasse per tre volte sopra il tetto, ogni volta gracchiando, preannunciava una morte imminente. Anche vederlo in volo da solo poteva portare sfortuna, e il vedere uno stormo di corvi alzarsi in volo da un bosco era presagio di carestia.

La cattura di un demone di terra.
Afrodisiaca, ispiratrice di visioni e di aiuto nel volo, la mandragola era la pi potente tra tutte le piante che figurano in stregoneria, il suo ruolo risaliva a epoche cos remote da venire qualche volta chiamata "la pianta di Circe", dal nome dell'antesignana di tutte le streghe. Oltre al suo intrinseco valore come rimedio medicinale, la mandragola aveva una caratteristica che le dava un potere straordinario e che rendeva la sua raccolta un compito estremamente pericoloso. Gli studiosi sostenevano che la pianta non fosse completamente vegetale e che la sua radice, bitorzoluta e biforcuta, di una forma che ricordava vagamente quella umana, contenesse un piccolo spirito o demone; gi al tempo dei Romani era chiamata "mezzo uomo". Coloro che avessero osato catturare il demone potevano attendersi una grande ricompensa: ci che rendeva ardua l'impresa era il dolore inflitto alla pianta al momento dell'estirpazione, per cui la mandragola avrebbe lanciato un grido cos terrificante da uccidere qualunque cosa si trovasse nelle vicinanze. Questo diede origine al proliferare di una serie di riti per proteggere i raccoglitori della pianta. Prima di tutto, la mandragola andava raccolta di notte, quando il riverbero sinistro delle foglie ne avrebbe facilitato il ritrovamento, poi, chi si apprestava a coglierla doveva tapparsi le orecchie con della cera e scavare tutto intorno alla pianta, fino agli ultimi filamenti della radice. Doveva passare una cordicella intorno a questa e assicurarne l'altro capo al collare di un cane: dopo aver gettato del cibo fuori dalla portata dell'animale legato, avrebbe dovuto fuggire alla massima velocit. Il cane, nel cercare di raggiungere il cibo, avrebbe tirato la cordicella e, in quel modo, sradicato la mandragola. La pianta e il demone che alloggiava ora appartenevano a chi l'aveva raccolta: il cane, che nel frattempo sarebbe stato ucciso dal grido demoniaco. Una volta conquistata, la radice di mandragola era conservata con la massima cura; si credeva che, intingendola nel vino e ricoprendola di seta, il demone al suo interno avrebbe parlato, offrendo consigli e predizioni.

Il Giardino della Strega.
Soffocato da una quantit di piante, pervaso dai profumi narcotici dei boccioli velenosi, il giardino di una strega esprimeva una visione distorta della natura. La strega faceva il suo raccolto alla luce della luna; in segreto lo trasformava in intrugli malefici che
potevano anche uccidere. Gli aghi e le rosse bacche del tasso, talmente velenosi che anche il terreno intorno diveniva sterile, provocavano una veloce agonia, seguita dalla morte. Cos anche il napello, con i suoi bei fiori a campana striati di porpora. Da tutta una serie di piante si traevano tinture che provocavano allucinazioni; per esempio dal
micidiale solano, con le sue dolci bacche nero-blu, grandi come ciliege, da un'altra pianta delle solanacee, lo Hyoscyamus niger, dai fiori d'un grigio-cadavere venati di rosso e dallo stramonio, dai fiori a forma di calice di un bianco spettrale. Dalla cicuta, avviluppata in una miriade di fiorellini bianchi, fuorusciva un succo che rendeva impotenti gli uomini,
dalle rose si ricavava un distillato per catturare un amante distratto. In natura nulla  in s maligno, ma i perfidi scopi delle streghe rendevano tali anche piante apparentemente innocue come le ninfee, che rientravano nella composizione degli unguenti usati per volare. Persino le api, che fornivano la cera per le immagini dei rituali.

Il segreto del volo.
Ben poche streghe attribuivano la loro capacit di volare al puro utilizzo di scope, rocche per filare e altri attrezzi agricoli, che servivano come cavalcature notturne. La magica energia che le trasportava derivava in parte da un unguento, cosparso in abbondanza sul corpo, nella cui composizione figuravano le pi potenti e micidiali piante usate in stregoneria: il napello, lo hyoscyamus tga, il solano, la mandragola e la cicuta. Le essenze erano mescolate ad altri estratti in una base di lardo o, si mormorava, del grasso dei neonati non battezzati, finch gli ingredienti si fondevano in una magica sinergia, cos potente che, stando alle stesse streghe, permetteva loro di sorvolare interi paesi in un batter d'occhio.

Una coppia di sinuosi aiutanti.
Legati da un'atavica inimicizia, il gatto e il serpente erano altri beniamini delle streghe. Il serpente sembra aver giocato il ruolo minore in questo rapporto: anche se poteva servire da famiglio, era maggiormente apprezzato per il suo aspetto ripugnante e il richiamo che evocava con la figura di Satana, utile quindi ad allontanare i possibili curiosi che avessero voluto interferire con le attivit della strega. Sognare un serpente significava che qualcuno portava del rancore al sognatore. Il gatto, d'altra parte, era oggetto delle pi svariate congetture: le sue pupille, strette fessure durante il giorno, globi luminosi di notte, enfatizzavano il suo potere di vedere nel futuro. Si diceva anche che i gatti, durante la notte, risucchiassero il respiro dei bambini piccoli. Inoltre, dal loro comportamento, si potevano prevedere le variazioni del tempo: quando correvano e facevano capriole, si avvicinava il vento; quando si pulivano le orecchie, si avvicinava la pioggia; quando si sedevano con la schiena rivolta al fuoco, ci si attendeva gelo e bufere. A eccezione delle regioni del nord dell'Inghilterra, dove era considerato fortunato chi possedeva un gatto nero (ma sfortunato chi ne incontrava uno sconosciuto), i gatti neri furono da sempre ritenuti la pi tipica incarnazione di Satana, mentre i gatti che servivano da famigli alle streghe - se non erano uno dei camuffamenti delle streghe stesse - erano perlopi pezzati o striati.

Ballerini infiocchettati e tintinnanti.
Per quanto repellente e velenoso, il rospo sembra essere stato tra i pi amati dei famigli delle streghe: le loro padrone li vestivano con abiti di velluto, corredati da alcuni sonagli, e li incoraggiavano a ballare. La gente comune li temeva e apprezzava al tempo stesso: spesso venivano bruciati a causa delle protuberanze sulla loro fronte, che li tradivano come agenti di Satana e anche perch le streghe ne usavano la saliva per confezionare unguenti che le rendessero invisibili. D'altro canto, i rospi erano ammirati per la loro capacit di udire il rombo del tuono molto prima dell'orecchio umano; la vista di quelle creaturine che si rifugiavano al sicuro nell'acqua rappresentava un segnale affidabile dell'approssimarsi di un temporale. Si credeva anche che i soggetti pi anziani, raramente visibili, avessero preziosi gioielli nella loro testa, efficaci antidoti al veleno.

Un nascondiglio di amuleti.
Le streghe concentravano e aumentavano il loro potere con l'ausilio di nodi, immagini e talismani. Mentre mormorava le parole di un incantesimo, una strega avrebbe potuto aumentarne la forza confezionando la cosiddetta "scala della strega", fatta di nove piume legate a un cordoncino multicolore, che formava una specie di blasfemo rosario. Una piuma di pavone, caratterizzata dal disegno oculare, serviva a gettare la maledizione del malocchio, condannando la persona colpita a una lenta morte per consunzione. Lo stesso micidiale potere avevano le figurine di cera o d'argilla, modellate a raffigurare un nemico e poi mutilate o bruciate, come anche un sacchetto per incantesimi che contenesse i chiodi di una bara e capelli o unghie della vittima predestinata. Esistevano per anche altri tipi di talismani, spesso provenienti dalle cosiddette "streghe bianche", che servivano ad allontanare il male. A protezione contro la malvagit si portava un medaglione inciso con la formula "abracadabra", oppure una pietra che avesse poteri magici come l'ambra, l'ematite o la magnetite, oppure un braccialetto di ciottoli di fiume naturalmente forati dall'azione dell'acqua. Si credeva che questi oggetti avessero anche un potere curativo: l'ambra riduceva il gozzo; l'ematite arrestava le emorragie, interne ed esterne, e la magnetite allontanava la depressione. Allo stesso modo in cui ogni parola sul talismano dell'abracadabra si riduceva a ciascun apice a una sola lettera, cos il talismano stesso riduceva la febbre. Alcuni talismani avevano altri poteri oltre a quello di scacciare il male: un giovane che volesse raggiungere il successo avrebbe potuto fissare un'immagine di pergamena raffigurante la fortuna, all'interno del berretto, o un'amante respinta avrebbe potuto fondere un cuore di cera, nella speranza di ammorbidire il duro cuore dell'amato.

IL FANTASMA DELLA TAIGA.

Nel cuore della Russia, nel profondo di una foresta di betulle, c'era una piccola radura, in cui viveva la strega Bab Yaga, magra come uno scheletro e sempre affamata. Tutto quello che la circondava ricordava il cibo: la sua capanna sgangherata era appollaiata su un'enorme coscia di pollo, e la staccionata era fatta di ossa umane, i resti dei suoi pasti disordinati.
Quando Bab Yaga andava a caccia, viaggiava in un mortaio, remando nell'aria con il pestello e cancellando le sue tracce con una scopa. Come si pu immaginare, conduceva una vita solitaria, perch erano ben pochi quelli che si arrischiavano a finire nelle sue grinfie e nel suo forno sempre acceso. Tuttavia, anche Bab Yaga aveva delle occasionali visite, in genere di viandanti smarriti, e alcuni di loro erano sopravvissuti per raccontare la loro esperienza. Uno di questi non era altro che una timida ragazzina. La vicenda ebbe inizio in questo modo: ai margini della foresta di Bab Yaga viveva una donna brutta e perfida, insieme alle sue due brutte e perfide figlie e, con suo sommo disappunto, con una dolce e amabile figliastra, Vassilissa.
Il padre di Vassilissa era un mercante che aveva sposato la donna dopo la morte della prima moglie e che in seguito aveva preso a fare lunghi viaggi d'affari, lasciando la dolce figlioletta a casa. La ragazza
viveva una vita dura: la matrigna l'aveva relegata in una fredda e spoglia soffitta e le sorellastre gelose non le nascondevano la loro antipatia, anzi, la trattavano come una serva.
Vassilissa doveva badare ai porci e strappare le erbacce dal giardino, pulire la casa e cucinare i pasti, di cui non riceveva che le briciole, nonostante questo la fanciulla fioriva, bella come una rosa tra le spine. La ragione del suo prosperare era che, sul letto di morte, sua madre le aveva consegnato una bambola magica. Era una creatura dagli occhi splendenti, ed era viva. Vassilissa la portava sempre con s e, come la madre le aveva raccomandato, non ne parlava con nessuno. La bambola lucidava i pavimenti, cucinava e curava il giardino. In cambio, Vassilissa la coccolava e le dava da mangiare. Di notte, quando era sola, chiusa a chiave nella sua stanza, la bambola le teneva compagnia. Gli anni passarono e le ragazze raggiunsero et da marito, ma la matrigna trovava ormai la sola vista di Vassilissa insopportabile. La donna decise di liberarsi dell'odiata.
Una sera diede a ciascuna di loro un compito diverso: le sue figlie dovevano lavorare a maglia e al tombolo e Vassilissa doveva filare la lana, tutto ci alla luce di un'unica candela. Obbedienti, le ragazze si chinarono sul lavoro. Le ore di luce finiscono presto nell'autunno russo e la candela creava solo una piccola chiazza di luce nell'oscurit della stanza; dopo poco, la maggiore delle sorelle, facendo finta di spuntare il lucignolo della candela, la fece spegnere del tutto, secondo le istruzioni ricevute dalla madre.
Immediatamente avvenne un fatto cos strano che non si  mai potuto spiegare se non con l'operato della matrigna, che doveva avere qualche potere magico. Era come se qualcuno avesse gettato un incantesimo sulla casa, perch ogni singola candela si affievol e si
spense. Ora tutte le stanze erano al buio e il silenzio era tale che le ragazze potevano udire chiaramente il tramestio di un topo, indaffarato dietro al muro. La sorella maggiore, come la madre le aveva ordinato, si rivolse piena d'astio a Vassilissa, come se la colpa di quella disgrazia fosse sua.
"Ora" disse "resteremo al buio, a meno che qualcuno vada a prendere un lume da Bab Yaga, e tu, come potrai finire il compito che ti ha assegnato mia madre? Io non ho bisogno di andare, posso lavorare al tombolo alla luce della luna e mia sorella nemmeno, anche lei pu lavorare a maglia in questa luce. Tu per, al buio col tuo fuso non puoi lavorare. Renditi almeno utile e vai a prenderci un lume da Bab Yaga". Con queste parole, salt su e spinse Vassilissa fuori dalla stanza.
La ragazza sal lentamente le scale che portavano alla soffitta, dove quieta l'attendeva la bambola magica. Le diede gli avanzi del pranzo che aveva messo da parte per lei e, piangendo, le confess: "Bambolina, aiutami! Mio padre non  qui a proteggermi e le mie sorellastre vogliono mandarmi da Bab Yaga, la morte in persona!".
Gli occhi della bambola sfavillavano come due candele: per un
momento, sembr soppesare il problema, poi, con la sua vocina
le disse, calma: "Fai come ti dicono, Vassilissa, ma portami con te nella
tua tasca. Non ti accadr nulla di male se sono con te". Vassilissa infil
la bambola nella tasca del suo grembiule e scivol fuori nella foresta,
facendosi strada pi rapidamente che poteva, tra i bianchi tronchi
brillanti delle betulle. Mentre camminava, intravedeva gli occhi delle
creature della foresta luccicare nell'oscurit e sentiva strani fruscii e
mormorii. Una volta ud un cupo, profondo ringhiare, ma non accadde
nulla. La notte stava finendo e la luna tramontava. La ragazza tremava
di freddo ma proseguiva il cammino. Improvvisamente sulla sua strada apparve un cavaliere lanciato al galoppo, tutto bianco, dal colore del viso, agli abiti che indossava, al cavallo che montava. Scomparve nel folto della foresta, lasciandosi dietro una luce argentea che si diffondeva tra gli alberi. In quel momento, si ud il primo uccellino del giorno cantare. Ora Vassilissa attraversava una foresta che stava risvegliandosi. Dopo un'ora, sopraggiunse un altro cavaliere: e questo era un uomo dal viso acceso, con abiti rosso fuoco, che montava un cavallo dal mantello roano. Al suo seguito si diffuse la rosea luce dell'alba e l'aria si fece pi calda.Vassilissa continuava a camminare, sola, tranne per la bambola che portava con s. Cammin tutto il giorno e, mentre la luce tra gli alberi cominciava a calare e le ombre ad allungarsi, giunse in prossimit di una radura. Si immobilizz al riparo delle piante, perch la vista che le si presentava era davvero raccapricciante: nella radura si ergeva un'alta palizzata d'ossa, e in cima a ciascun palo sghignazzava un teschio dalle inquietanti orbite vuote. All'interno c'era la casupola della strega, che ondeggiava dolcemente sulla sua coscia di pollo. Tutt'intorno non si scorgeva anima viva. Mentre Vassilissa fissava quello straordinario spettacolo, un cavaliere avvolto in un mantello nero, su di un cavallo dello stesso colore, solc veloce la radura e spar tra gli alberi, lasciandosi dietro strisce fumose d'oscurit, che si arricciarono intorno alla palizzata e avvolsero la casa nell'ombra. Come scese la notte, le orbite dei teschi impalati cominciarono a splendere come torce, gettando un doppio fascio di luce sul terreno circostante.
Dopo il passaggio del cavaliere, la radura sembrava ancora pi silenziosa, ma, piano piano, Vassilissa, nascosta in mezzo agli alberi, cominci a sentire in lontananza il rumore sordo di rami spezzati e
foglie calpestate. Il suono si fece sempre pi vicino, fino a che dal bosco emerse Bab Yaga, alla guida del suo mortaio, con il pestello in una mano e la scopa nell'altra.Scese proprio davanti al cancello, e le sue narici presero a fremere nella fredda aria della sera. "Sento odore di sangue russo" disse con una vocina acuta. "Chiunque tu sia vieni fuori dal tuo nascondiglio!". Vassilissa tast il grembiule per sincerarsi che la bambola fosse al suo posto e usc dal folto degli alberi, inchinandosi davanti alla strega. "Sono io, Vassilissa" mormor timidamente, tenendo rispettosamente lo sguardo chino. "Le mie sorellastre mi hanno mandato a chiedere un lume". "Ah davvero! Le conosco, le tue sorellastre" rispose la strega con un torvo sorriso. "Ti dar il lume, e magari te lo porterai anche a casa, ma prima dovrai vivere qui e lavorare per me. Apriti!" ordin al cancello, che immediatamente si spalanc. Vassilissa la segu oltre il cancello, che subito si richiuse con un crepitio d'ossa e lo scatto della serratura. Il mortaio, il pestello e la scopa che la strega aveva usato sgattaiolarono via e la ragazza segu Bab Yaga su per la scala che conduceva alla capanna. La strega si gett su una sedia e, con occhi sfavillanti, le disse: "Ho fame! Servimi tutto quello che trovi nel forno", Nel forno, Vassilissa trov un maialino arrostito e dalla dispensa tir fuori funghetti sott'aceto e Kasha, una minestra, aringhe affumicate, bliny, involtini, e poi ancora borscht, quei piccoli pasticcini chiamati pirozhki, e anche del vino: cibo sufficiente a sfamare almeno una decina di persone. Serv il tutto alla strega, che mangi a lungo e con gusto. Infine, ripulendosi la bocca, Bab Yaga annunci: "Domani esco. Nel bidone di legno del cortile c' uno staio di grano; dividilo dalla pula. Ramazza il cortile. Pulisci la casa finch non resta un solo granello di polvere. Fai il bucato e stai attenta che venga bianco come
la neve, poi preparami una bella cena. Se mancherai uno solo di questi compiti e se non li farai bene, ti ridurr in poltiglia!". Detto questo, chiuse gli occhi e si mise a russare.
Vassilissa si ritir in un cantuccio con gli avanzi della cena e li diede amorosamente alla bambola, piangendo di fronte all'impossibilit del compito assegnatole dalla strega e alla prospettiva di divenirne il prossimo pasto. La bambola, per, per nulla turbata, la guard con aria rassicurante e con la sua vocetta esile le disse: "La notte porta consiglio. Vai a dormire, bella Vassilissa e non temere". Non appena la ragazza si svegli, la mattina dopo, nelle vuote orbite dei teschi la luce andava affievolendosi. Passarono al galoppo il cavaliere bianco e il cavaliere rosso, diffondendo fasci di luce dietro a loro e il nuovo giorno cominci. Anche Bab Yaga si svegli, e richiam con un fischio mortaio, pestello e scopa, poi balz nello strano veicolo, e, concedendo a Vassilissa una smorfia minacciosa che rivelava i lunghi denti, spar, lasciandola sola al suo lavoro. La bambola per era pronta: salt fuori dalla tasca della ragazza e fece il bucato, appendendolo ordinatamente ad asciugare al sole. Pul la capanna, spazz il cortile, raccogliendo il ciarpame in ordinati mucchietti. La ragazza non aveva ora altro da fare che preparare la cena ed esplorare la capanna, che la riempiva di curiosit, ammirando i ricami e gli scrigni ricolmi d'argenteria, avendo cura di stare alla larga da brocche, bottiglie e boccette dall'aria misteriosa, piene di liquidi sospetti.
Al calare della sera, la bambola si accoccol presso il mucchio del grano e, con le sue agili dita, si mise a vagliare il grano dalla pula. Infine, il nero cavaliere attravers di nuovo la radura, le orbite dei teschi illuminarono le tenebre e Vassilissa ud ancora il lontano brusio che annunciava l'approssimarsi della strega.
Bab Yaga arriv e aveva l'aria affamata. "Tutto fatto?" l'apostrof la strega. "S, davvero" rispose la ragazza. "Sincerati con i tuoi occhi". Bab Yaga percorse la capanna per ispezionare il lavoro fatto, facendosi sempre pi imbronciata alla vista della biancheria accuratamente ripiegata e delle pentole tirate a lucido. La strega era chiaramente contrariata ma si limit a dire: "Servi fedeli, macinatemi il grano". Immediatamente comparvero tre paia di mani, che raccolsero il grano e sparirono.
La serata trascorse in modo molto simile a quella precedente: la strega divor un pasto pantagruelico e assegn alla ragazza un'altra serie di compiti, di cui il peggiore consisteva nel ripulire un barile di semi di papavero dalle particelle di polvere. Dopo aver rammentato a Vassilissa che il venire meno anche a uno solo di quei compiti avrebbe comportato la morte, si sistem per dormire e, poco dopo, prese tranquillamente a russare.
Imprigionata in quella capanna spaventosa all'interno dello spettrale recinto d'ossa, Vassilissa trascorse un'altra notte d'ansia, in compagnia del fracasso della strega addormentata, spaventata sia dalle tenebre che dall'alba imminente. Al mattino, tuttavia, Bab Yaga si volatilizz nei boschi, come di consueto.
La fedele bambola si mise di nuovo al lavoro per adempiere a tutto quel lavoro e riusc persino a separare i granelli di polvere dai semi di papavero. Giunta la sera, e ripetutosi il consueto scenario, i semi erano perfettamente puliti e Bab Yaga non fece alcun commento, limitandosi a invocare: "Servi fedeli, pressate i semi e torchiatene l'olio". Di nuovo le tre paia di mani fecero la loro comparsa, si impadronirono del mucchio di semi e sparirono. Quella sera Bab Yaga sembrava essere di buon umore, almeno rispetto al suo consueto. Dopo aver consumato
una cena pantagruelica, lanci un'occhiata a Vassilissa e proruppe: "Be', finora sei stata davvero buona e quieta! Puoi anche farmi una domanda, se ne hai il coraggio e se la curiosit ti alletta, ma ti avverto, in tutta onest, che non tutte le domande hanno il genere di risposta che ti puoi aspettare".
Vassilissa si fece coraggio e chiese: "Bab Yaga, volevo chiederti qualcosa circa i tre cavalieri che ho visto venendo qui". Con un ghigno crudele, la strega replic: " bene che tu abbia pensato a cose estranee a questa casa. Non mi piacciono le ragazzine che cercano di intromettersi nelle mie faccende. Bene, la risposta  questa. Quei cavalieri sono miei fedeli servitori: il cavaliere bianco  la mia alba, il cavaliere rosso  il mio sole e il cavaliere nero  la mia notte. "E adesso tocca a me" continu Bab Yaga. "Come hai fatto a finire tutti i lavori che ti ho dato?".
" stata la benedizione della mia cara mamma" fu la timida risposta della fanciulla, ma ogni suo timore era in quel caso infondato: Bab Yaga nutriva una radicata avversione per le benedizioni; con un grugnito, salt gi dalla sedia dove si trovava e spinse Vassilissa fuori di casa, oltre il cancello. Afferrato uno dei teschi appesi al palo della staccionata, lo gett in mano alla ragazza. "Un lumicino per le tue sorelle", spieg. "E adesso vai".
Il viaggio di ritorno fu altrettanto spaventoso del primo: gli alberi sembravano ostruirle il cammino e, come in precedenza, vide nell'oscurit sinistri luccichii e ud suoni raccapriccianti. Teneva ben stretto, a illuminarle la via, il palo col teschio dalle orbite splendenti, e, almeno lui, non emise alcun suono.
Al sorgere dell'alba, le orbite si estinsero e Vassilissa cammin fino al tramonto, quando raggiunse nuovamente la dimora della matrigna.
La casa era immersa nell'oscurit, non una sola luce si rifletteva dalle finestre: ma era il crepuscolo, ancora presto per accendere le candele, e, pensando che la matrigna e le sorellastre non ne avrebbero fatto alcun uso, fece per buttare via il teschio.
Una voce profonda al suo interno la ferm: "Non gettarmi via" disse. "Sono per la tua matrigna e le tue sorellastre e mi devi portare da loro". Vassilissa spalanc la porta e fece il suo ingresso, reggendo il teschio; con sua sorpresa, le tre donne la salutarono affettuosamente, il primo benvenuto che aveva mai ricevuto in quella casa. Fu presto chiaro che la ragione di quella inusitata gentilezza stava nel fatto che la matrigna, nell'attingere ai poteri magici per estinguere le luci della casa, aveva fatto male i suoi calcoli, perch, dopo di allora, non fu pi possibile accendere alcuna luce all'interno della casa. Persino le torce prese in prestito dai vicini affievolivano e si spegnevano non appena oltrepassata la soglia: per questo, le donne si rivolsero ansiose alla luce prodotta dal teschio.
La fissit di quelle orbite sconvolse la matrigna, che gett un grido e cadde riversa. La luce nelle orbite del teschio fiammeggi furiosa e il teschio prese a girare di propria volont, in modo da tornare a rivolgersi alla donna: in un attimo, questa fu avvolta dalle fiamme e, subito dopo, ridotta a un mucchietto di ceneri. Lo sguardo del teschio si volse quindi alle sorellastre, che subirono la stessa sorte. La luce lentamente si spense, e la stanza rimase tranquilla. Sola con la sua bambola e il teschio, Vassilissa vegli, considerando il da farsi: certo, non poteva rimanere da sola in quell'infelice dimora, al margine della foresta di Bab Yaga. Decise di cercare aiuto, finch il padre non fosse ritornato dai suoi viaggi per tenerla di nuovo con s. Al mattino, seppell con cura il teschio, raccolse i suoi abiti in un fagotto e chiuse
la casa; poi, dopo aver riposto la fedele bambola nella tasca del grembiule, s'incammin verso il pi vicino villaggio dove incontr una donna dall'aspetto bonario e cos gentile da trovare il coraggio di raccontarle la sua storia.
La donna, senza figli, affascinata dalla dolcezza della ragazza e dalla sua triste storia, la accolse in casa sua e la tratt con tanto affetto che la ragazza si trov per la prima volta con molto tempo libero a disposizione. Si annoiava e chiese alla donna della fibra di lino da filare. Presto si mise al lavoro: filava velocemente, e il filo che dipanava era sottile e setoso come i suoi stessi capelli, e non si trov un telaio adatto per tesserlo e nessuno nel villaggio avrebbe nemmeno saputo costruirne uno.
Nessuno eccetto la bambola, che, una notte, mentre Vassilissa dormiva, da un vecchio pettine, una spola e i crini di un cavallo, riusc a fabbricarne uno. Vassilissa ne fu molto contenta e al finire dell'inverno aveva gi terminato di tessere il suo lino: si trattava di un tessuto cos fine e delicato che lo si sarebbe potuto infilare nella cruna di un ago.
La ragazza, con l'aiuto della donna, lo rese di un bianco immacolato. "Vendi questa stoffa" disse Vassilissa alla sua protettrice "e tieni per te il ricavato.  il minimo che possa fare per ripagarti".
La buona donna aveva per altri progetti; pensando che quel lino fosse adatto solo per la persona dello Zar, s'incammin con il suo tesoro verso il palazzo imperiale. Quando arriv trov il cortile del palazzo affollato di cortigiani, nessuno dei quali le prestava attenzione, occupati in faccende sicuramente pi importanti di quelle di una povera vecchia. Traendo vantaggio dall'essere indisturbata, la donna srotol la stoffa e si mise a camminare su e gi per il cortile: per caso lo Zar la
intravide dalla finestra, ne fu incuriosito e ordin che la conducessero da lui. Quando vide la meravigliosa tela le chiese con molta gentilezza: "Quanto chiedi per questo lino?".
Lei replic: "Questo lino  troppo prezioso per essere venduto, ma degno per essere regalato a uno zar". Lo zar fu ben contento di ricevere quello splendido dono.
Tuttavia, nessuno a palazzo se la sentiva di rovinare una simile meraviglia e tagliarla per farne delle camice, cos la donna venne richiamata dallo zar, il quale le disse: "Tu che hai saputo filare e tessere questa stoffa, sicuramente saprai farne anche delle camicie per me". "Non fui io a filarla e tesserla, ma una giovane a cui diedi ospitalit", rispose la donna, dimostrando di essere, oltre che buona, anche onesta.
"Allora che sia lei a cucirle per me!".
Cos avvenne: la vecchia riport la stoffa a casa e spieg a Vassilissa la richiesta del sovrano. Sorridendo, Vassilissa obbed: si chiuse in una stanza, tagli la stoffa e la cuc in dodici belle camicie, con cuciture cos minute da risultare invisibili.
Quando lo zar le vide, le trov cos belle che immediatamente fece convocare la sarta. Vassilissa si rec a palazzo e, non appena la vide, lo zar fu affascinato dalla sua bellezza, poi colpito dalla sua bont d'animo, finch, innamorato della giovane, volle assolutamente sposarla. Lei acconsent con piacere, ponendo definitivamente fine alle sue tribolazioni: ora aveva come casa un palazzo imperiale, un centinaio di servitori ai suoi ordini e lo zar di tutte le russie che l'amava.
Vassilissa la Bella tenne per per sempre in tasca la fedele bambola magica!
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Gli editori sono particolarmente grati a John Dorst, consulente, per il suo contributo nella preparazione di questo volume.
Gli editori desiderano inoltre ringraziare le seguenti persone: Elizabeth Arkell, Bodleian Library, Oxford, Inghilterra; Madeleine Barbin, Biblioteque Piattonale, Parigi; Costance Berman, Dipartimento di Storia, Georgetown University, Washington D.C.; Biblioteca Casanatense, Roma; Elena Bradunas, American Folklife Center, Library of Congress, Washington D.C; Laura Byers, The Garden Library, Dumbarton Oaks, Washington D.C; Nancy Davis, The Pierpont Morgan Library, New York City; Yolande de Bruyn, l'Aia, Paesi Bassi; Clark Evans, Rare Books and Special Collection Division, Library of Congress, Wasgington D.C; Antonio Faeti, Bologna, Dala Giorgetti,
Biblioteca di Documentazione Pedagogica, Firenze; Marielise Gopel, Archiv fur Kunst und Geschichte, Berlino; Professor Wayland D.Hand, Center for the Study of Comparative Folklore and Myth, University of California, Los Angeles; Werner Saemmler Hindrichs, Antiquariat Hindrichs, Alexandria, Virginia; Christine Hoffmann, Bayerische Staatsgemaldesammlungen, Monaco; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlino; Charles McNamara, Olin Library, Cornell University, Ithaca, New York; Luciano Marziano, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Roma; Ernesto Milano, Biblioteca Estense, Modena, Italia; Gianalbino Ravalli Modoni, Biblioteca Marciana, Venezia; Jean Michel Nicollet, Parigi; Maureen Pemberton, Bodleian Library, Oxford, Inghilterra; Jo Ann Reisler, Vienna, Virginia; Marie-
Dominique Roche, Musee Tesch, Ajaccio, Francia; Stefania Rossi, Biblioteca Marciana, Venezia; Ruth Schallert, Smithsonian Institution libraries, Washington D.C; Justin Schiller, New York City; Robert Shields, Rare Books and Special Collections Division, Library of Congress, Washington D.C; Francesco Sisinni, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Roma; Soviet Cpyright Agency, Mosca; Alice Tangerini, Department of Botany, Smithsonian Institution, Washington D.C; Wiebke Tomaschek, Staatliche Graphische Sammlung, Monaco; Leonie Von Wilkins, Germanisches Nationalmuseum, Norimberga; Professor Donald Ward, Centre for the Study of Comparative Folklore and Myth, University of California, Los Angeles; R.T. Williams, Department of Prints and Drawings, British Museum, Londra.
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FINE.